IL CORRIERE DI OGNIDOVE

10 ottobre 2014

CAMMINANDO.

Il nuovo libro.

Dal 5 novembre 2014, per Lubrina Editore

CAMMINANDO copertina fronte

Con Daimon A Rubha Hunish: LEGGI

22 GIUGNO 2014.

Inizia l’estate 2014 e tanti sono gli appuntamenti. Si parte con la performance Il Richiamo di Zanna Bianca, che debutta a Fino del Monte (Bg), sotto la Presolana, sabato 12 luglio alle 18 (locandina QUI). Le prossime date saranno il 27 luglio in Val di Sole (Pellizzano) e il 22 agosto al Lessinia Film Festival. (Il 5 ottobre saremo a “Oltre le Vette” a Belluno).

Ma questa estate porterà anche una intensa partecipazione al Sibillini Live Festival nelle Marche. Montagna e musica per la montagna (con Giovanni Lindo Ferretti e Ginevra di Marco). Fausto De Stefani, Roberto Mantovani, Franco Michieli, Davide Sapienza. Il programma completo QUI.  Ci saranno due camminate NatuRe per “Narrazioni in cammino” in Adamello: inizia il lavoro di memoria per il centenario della Prima Guerra Mondiale. L’11 agosto, dal Passo del Tonale, cammino verso “La città morta”. La seconda data, da confermare, nella settimana precedente.

Il 16 agosto, a Borno, per la chiusura della rassegna Gli Aperitivi Letterari, organizzati dal circolo culturale La Gazza: incontro al pomeriggio e ospite d’onore alla sera. QUI i dettagli.

Importante novità editoriale il 10 luglio: Feltrinelli ZOOM pubblica in e book “I Diari di Rubha Hunish” (Edizione 2011) con un lungo racconto inedito e circa 40 fotografie quasi tutte inedite ad accompagnare il testo.  Una festa perfetta per il decennale dell’edizione originale (2004, BaldiniCastoldiDalai Editore).

18 APRILE 2014.

Dall’OGNIDOVE sul blog di Chicca Gagliardo Ho Un Libro In Testa

ULTRATEMPO A FINIS TERRAE

È importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute. L’uomo deve sentire che vive in un mondo per certi aspetti misterioso, che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili.   (C.G. Jung)

 

Quando sono andato per la prima volta in quel luogo, non avevo la minima idea che sarebbe diventato un simbolo per la mia vita di scrittore. Non avevo neanche idea che ci sarei andato, per essere precisi. Camminando, mi ritrovai a vederne il nome su una mappa e lasciarmi irresistibilmente attrarre, dicendo semplicemente, in un soffio, “io in un luogo con questo nome ci devo andare”.
Era la fine di una ricerca, un segreto inconosciuto. Ma non lo sapevo. Adesso quel luogo è la fine di un viaggio, un debito da saldare, un credito da riscuotere: una visione necessaria per sfuggire al mio tempo e camminare nelle mie pagine prossime venture: una premonizione di cose sconosciute. Non l’avrei detto allora e non posso ancora dirlo oggi. Eppure questo viaggio si spiega nel suo divenire silenzioso. Nel suo Ognidove. Ho Un Viaggio In Testa adesso. Proprio questo. Proprio adesso. Camminando piano, camminando oltre.

Rubha Hunish

 

3 GIUGNO 2013.

IL VIAGGIO RIPARTE PERCHE’ IL VIAGGIO FINISCE.

ESCE “LA VALLE DI OGNIDOVE” IN VERSIONE NUOVA.

La data di oggi segna la pubblicazione della nuova edizione di La Valle di Ognidove.

A pubblicare questa nuova versione è Galaad Edizioni. Si chiude così la trilogia aperta con l’editore abruzzese dal romanzo La Strada Era l’Acqua (2010), proseguita nel 2011 con la nuova edizione rivista e arricchita da cinque inediti e un’appendice di I Diari di Rubha Hunish (edito nel 2004 da BaldiniCastoldiDalai). Per questa edizione ho avuto il piacere di ricevere una lucida e appassionata introduzione di Raul Montanari.

Il libro è reperibile presso l’editore e qualsiasi libreria che abbia voglia di digitare sul computer un ordine, invece di dire che il libro non si trova, ma anche su IBS, AMAZON.IT, e altri shop online.

la copertina stesa dell'edizione 2013 di La Valle di Ognidove

la copertina stesa dell’edizione 2013 di La Valle di Ognidove

APRILE 2012.

L’OGNIDOVE SI TRASFERISCENEI DIRITTI DELLA NATURA

Sono stati anni speciali. Questo Corriere di Ognidove è nato da un libro al quale sono molto legato, La valle di Ognidove, che dovrebbe essere ristampato nel 2013, quando risolveremo alcune scorrettezze attuate dall’editore precedente. Tuttavia, ora l’Ognidove è DIRITTI DELLA NATURA ITALIA. Vieni con noi…

26 marzo 2012. I DIRITTI DELLA NATURA. ALZANO L. (Bg) 30 MARZO 2012.

La conferenza: visita www.davidesapienza.it . Iscriviti, trovi tutto leggendo QUESTA presentazione e l’intervista

21 gennaio 2012. BUON ANNO.

LA MUSICA DELLA NEVE.EXPERIENCE A FINO DEL MONTE, AVVOLTI DAL SILENZIO CONDIVISO – CHE SUONA…

La Musica della Neve 04


Tutto diventa indistinto, ogni emozione converge…ciò che appare sfuocato è solo un cambiamento di “stato” … uno sguardo che scivola verso le immensità… Un’Esperienza. Così l’abbiamo vissuta io e Jos per quattro mesi. Tante prove, tante riscritture del testo. Al punto che per me è più facile ricordare la Experience della Neve, più del libro che ho scritto (La Musica della Neve uscito da Ediciclo Editore, Imperdibile del Mese di novembre per Alpinia.net e del quale puoi leggere qui un estratto). Sabato 21 gennaio resterà una data memorabile per me e spero per tanti altri. Il frutto di anni di lavoro, di tentativi, errori e qualche buon risultato che ho voluto portare a un altro livello: in passato Cristina Donà e Francesco Garolfi sono stati compagni di performance fantastici ma io ero l’anello debole e non riuscivo a svincolarmi dal testo originale. Questa volta invece ho cercato di lavorare duramente per riuscire ad essere all’altezza di chi creava la musica, Giuseppe Olivini. Quello che è accaduto a Fino del Monte sabato sera mi dice che probabilmente ce l’abbiamo fatta. Inizia un nuovo cammino.

Qui potete vederci, senza scenografia, a Bergamo Tv . La foto sopra, di Marco Poloni, ci è particolarmente cara.

A tutti, un grazie sincero da parte di Jos e mia. Grazie.

2 dicembre 2011.

Oggi abbiamo un bel dono. E’ IL BUSTO DEL GUERRIERO, un racconto inedito di Gianpaolo Castellano, di cui vi consiglio il blog VENTEFIOCA. Attenzione: le sorprese significative ci sono subito dunque, leggete l’inizio e poi scaricate il pdf e…buona lettura…

GIANPAOLO CASTELLANO. IL BUSTO DEL GUERRIERO (2011)

Prologo
GIANPAOLO CASTELLANO – IL BUSTO DEL CONDOTTIERO 2011
Il macello finì quando la cavalleria rinunciò ad inseguire i pochi scampati alla battaglia.

Tutti erano troppo stanchi per uccidere.

Il condottiero si asciugò il sudore della fronte con il dorso della mano.

Dove li aveva trovati, il nemico, così tanti uomini da inviargli contro? Non gli erano bastate le altre due sconfitte?
Aveva perso il conto dei morti.
Si guardò attorno. Visi affaticati, stravolti dalla fatica. Ciononostante, raggianti per la vittoria.
Soldati, mormorò il condottiero. I miei soldati. Troppo lontani da una casa, che forse non avrebbero mai più rivisto.
In quanti erano già morti, durante il viaggio, le imboscate sulle montagne, le precedenti battaglie?
E quanti uomini la dominatrice gli avrebbe ancora inviato contro? Diecimila? Cinquantamila? Centomila?
In una nuvola di polvere arrivò il comandante della cavalleria.
“Onore a te, sire. Gli dei sono propizi, bisogna affrettarsi. La città maledetta sarà presto nostra”
Il comandante della cavalleria era impetuoso. Non poteva essere diversamente, la giovinezza era il dio che lo guidava nelle corse più sfrenate. Il condottiero aveva bisogno di uomini così, che non nutrivano alcuna pietà per se stessi e per gli altri.
“Non sono il vostro sire, ricordalo. E la città ha mura solide, difese dalla rabbia degli sconfitti di oggi. Che farai con i tuoi cavalieri davanti a quelle mura? Le parate? Le esercitazioni?”
“Non abbiamo più nemici. Guarda questa piana ricoperta dei loro cadaveri”
“I nemici sorgono dal cuore stesso di questa terra ingrata, amico mio. Non te ne sei ancora accorto?”
Il condottiero si pentì subito delle sue parole. Non voleva che i suoi pensieri offuscassero la splendida vittoria dei …

CONTINUA A LEGGERE, scarica QUI il racconto completo.

10 novembre  2011.

 

LA MUSICA DELLA NEVE.

Piccole Variazioni sulla Materia Bianca. (Ediciclo Editore)

E’ uscito il nuovo libro.

Vai suwww.davidesapienza.it per saperne di più e leggi una anteprima da DOPPIOZERO.COM qui: Whiteout

LA MUSICA DELLA NEVE fronte (bassa)

21 settembre 2011.

BUON AUTUNNO CON UN RACCONTO DI NEVE.

Una amica dell’Ognidove mi ha raccontato una storia molto bella, le avventure di un Gipeto Bianco nelle alpi occidentali. Federica Gaydou, autrice del racconto che state per leggere, mi ha scritto in un periodo in cui stavo vivendo immerso nel Bianco, durante l’estate terminata ieri (con una bella escursione fuori sentiero in Presolana, dove un’aquila ha il suo nido…): stavo “componendo” LA MUSICA DELLA NEVE. Piccole Variazioni sulla Materia Bianca” (libro in uscita a metà novembre per Ediciclo). Come sapete, amo molto avventurarmi sui sentieri di queste sincronie con le persone, magari mai incontrate fisicamente, come nel caso di Federica. Buona lettura.

NEVE IN VOLO

Di Federica Gaydou

Me ne avevano parlato qualche mese prima.

Un gipeto bianco, candido come la neve, percorreva le alte valli vicino a me e sicuramente i versanti francesi appena dietro le creste di confine. Era comparso forse nella primavera dell’anno precedente e non si sa proprio da dove fosse sbucato.
E dire che un adulto così chiaro, appunto bianco come la neve, non si era mai visto. Di solito gli adulti amano fare dei bagni di terra che colorano di giallo-arancione il piumaggio di addome e ventre.
Ma questo no, questo ama distinguersi, ama sorprendere.

Così nell’autunno di quell’anno, consapevole di una nuova ricchezza per la mia piccola fetta di Alpi, mi accingevo a partecipare alla giornata di osservazione in contemporanea su tutta la catena piemontese-valdostana di queste meravigliose creature.

Salgo da sola, nella mia alta valle per elezione, salgo fino a circa 2.600 m, mi trovo una sella spaziosa dalla quale posso ammirare i versanti della valle delle mie origini e quella impervia del lato orientale del Cournour, triangolare sagoma vista da oriente. Una piccola perla di lago è incastonata sotto di me, sonnecchia e cambia colore col mutare del cielo, ora un po’ più blu, ora percorsa da veloci nubi.

Aspetto.

Non è un’attesa vuota: sotto di me gruppetti di capretti di camoscio e le loro madri sono appisolati tra le rocce e le magre praterie. Non mi vedono né sentono, “l’aria tira verso di me, altrimenti a quest’ora si sarebbero già dissolti come neve al sole”, penso. A un tratto vedo qualcosa di color rosso fuoco, tra i massi, a pochi metri da una femmina di camoscio coricata.

Il binocolo mi permette di allungare la vista e scopro che si tratta di una splendida volpe dal mantello fitto e luminoso, acceso di colori ramati; anche lei, per nulla interessata in quel momento a cercarsi una preda, si sta prendendo cura di sé e si allunga ai tiepidi raggi del sole.

Sposto spesso lo sguardo al cielo e alle cime circostanti, ai colletti rocciosi, ai contrafforti dell’impervio Cournour. Spero in un’apparizione.

Alcuni uccelli fanno da sottofondo musicale per l’inizio dell’autunno, sono gli ultimi richiami della stagione, a queste quote; resiste ancora quassù il codirosso spazzacamino, alcuni spioncelli, passano in volo gli eleganti corvi imperiali.

Sempre dal versante dei camosci vedo lanciarsi verso il basso un uccello nero, piuttosto massiccio di corpo: un fagiano di monte è partito qualche centinaio di metri sotto di me, probabilmente salito in alto a spiluccare gli ultimi mirtilli di una stagione ricca di frutti.

Ancora una volta passo in rassegna le creste a occidente, col binocolo, vista la distanza. A un tratto, poco sotto la punta piramidale della montagna scorgo una sagoma in volo: è molto grande, trattengo il fiato, poi mi rilasso: son felice di vedere l’aquila reale, certo, ma sto aspettando lui, il gipeto bianco.
Alla prima se ne affianca una seconda: sono una coppia di aquile, in questo vallone selvaggio e roccioso non gli mancano di certo le cenge giuste per fare un nido. Chissà se l’aquila che ho visto salendo dal mio vallone era un giovane proprio di questa coppia…

Rivolgo ora lo sguardo tutto intorno, stanno aumentando le nubi e il sole è sempre più pallido; mi vesto con altri strati e metto guanti e berretto, non c’è un posto riparato qui e se scendo di quota perdo gran parte della visuale. Cerco di resistere ancora un po’. Intanto da nord il Roux si copre di nebbie, un cappuccio che muta forma e si risolleva a tratti, sospinto dal vento; l’umidità condensata inghiotte i pendii alti, dove avevo adocchiato un altro gruppetto di camosci, ormai provvisti del loro mantello invernale, molto più scuro di quello estivo.

Mi sa che non potrò rimanere ancora a lungo.

Mentre guardo proprio verso nord a un tratto sbuca dalle nebbie vaporose un angelo in volo, no, è un uccello candido, come la neve…il cuore mi batte forte, mi alzo in piedi col binocolo appiccicato agli occhi e una grande gioia mi riempie dentro: è lui, è venuto a salutarmi! Si mostra in tutto il suo splendore: in un volo planato di grande armonia effettua alcuni giri sopra di me, come sentendo il mio canto per lui. E’ un attimo; trova una via, una corrente di aria veloce e la infila, come un sentiero conosciuto e sicuro: si mette in rotta verso occidente, chiude un poco le immense ali e fila veloce, scomparendo presto alla vista. Rimango in contemplazione, a lungo, del punto della cresta dietro la quale è sparito.

“Chissà dove sarà già ora”, mi domando. E ringrazio di cuore la mano divina che ha spinto quella creatura di sogno a cavalcare sul vento la mia valle, proprio quel giorno in cui io ero lì, ad aspettarlo. Un dono immenso. Un grazie dal profondo.

(vedi qui un’immagine catturata durante il suo volo libero)

Quando ho aspettato a sufficienza e ho capito ormai che non tornerà più indietro rimetto le mie cose nello zaino, il mio thermos ormai prosciugato, il resto della cioccolata. Sono riuscita a scattare alcune foto, si capisce che è un gipeto bianco, ma era molto alto sopra di me e quindi non sono di buona qualità, serviranno solo come documentazione; il ricordo di questo momento invece sarà indelebile per sempre nel mio cuore.

Neve, come ho battezzato questo splendido gipeto, continua a girovagare per le alte valli anche tutt’oggi e ogni tanto sogno di essere sul passo giusto, sulla cresta migliore per poter di nuovo godere dell’incontro, di un attimo che è sì fugace, ma ha un sapore così intenso.

Un gipeto è una creatura di pace, non uccide nemmeno per mangiare; simboleggia l’armonia tra i popoli, oltrepassa i confini delle nazioni percorrendo le creste delle Alpi come i passi dell’Himalaya, e sempre si sente a casa e mai straniero. Un messaggero come Neve è qui per mostrarci i messaggi nascosti che la natura vuole rivelarci; per ricordarci che la bellezza e l’armonia ci circondano, sempre, e ad ogni sorgere del sole tocca a noi saperne godere e prendercene cura.

La Natura, la Terra, è nostra madre, non abbiamo che da fare altro che questo: amarla.

14 settembre 2011. ADDIO? NO, ARRIVEDERCI WALTER.

24 giugno 1930-13 settembre 2011.

Questa la vita terrestre di Walter Bonatti, argonauta della wilderness. Tantissimi pensieri che voglio condensare però in un solo saluto. Ciao Walter. Ci rivediamo tra le stelle, di cui siamo fatti.

Stamane l’amico Franco Michieli, in qualche modo esploratore erede della visione di Bonatti, mi ha scritto:

Un mondo intero di avventure se ne è andato e nessuno ora è più in grado di farle rivivere a quel livello. E’ proprio un pezzo di storia dell’uomo e del wild che si estingue, e noi restiamo in balia di oggettini elettronici che ci lavano il cervello, uomini a metà senza radici nella terra. E adesso cosa facciamo?

Già. Franco ha ragione. Cosa facciamo? Facciamo quello che Bonatti ha indicato nella seconda metà del ventesimo secolo a chi davvero nel cuore sente pulsare lo stesso battito della Terra. Perchè a 81 anni si può morire. Ma Walterone sembrava proprio voler dimostrare il contrario. Anzi. Lo ha dimostrato.

E’ immortale ciò che ha fatto perchè lo ha fatto sempre restando nel flusso della Madre Terra. Walter Bonatti, alpinista? Esploratore? Scrittore?
Walter Bonatti. UOMO.

Ciao Walter

8 settembre 2011. IL FUTURO DELLA NATURA (reprise) e la DICHIARAZIONE UNIVERSALI DEI DIRITTI DELLA TERRA

Mi attende un importante appuntamento il 6 ottobre 2011: parlerò, insieme al giornalista Stefano Ardito, a BERGAMO SCIENZA (vedi qui tutti i dettagli). Da alcuni anni, nei miei libri e in alcuni saggi (come appunto Il Futuro della Natura, che si trova nell’Appendice della nuova edizione 2011 di I Diari Di Rubha Hunish) cerco di approfondire e diffondere qualcosa che mi appare così naturale, probabilmente l’unico grande ideale per il quale lottare seriamente: poichè dalla madre terra, dalle leggi dell’universo, da una nuova giurisprudenza della terra solamente potranno essere tracciate strade per il futuro che includano la razza umana, come parte del grande organismo, Gaia. Leggete qui la presentazione della conferenza. I germogli sono ovunque nel mondo, basta cercare in rete per capire che libri, filosofie e idee legate a queste posizioni sono comunque radicate nei secoli. E’ bello sentirsi parte di questo grande fiume. Far parlare l’acqua (La Strada Era L’Acqua), è stato solo l’inizio.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELLA MADRE TERRA

Contributo elaborato da Cormac Cullinan, promotore dei Diritti della Madre Terra, e autore di Wild Law (Green Books, 2011)

Ecco il progetto di Dichiarazione discusso a Cochabamba, durante la Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra.

Preambolo

Noi, i popoli del Mondo:

Riconoscendo con gratitudine che la Madre Terra ci dona la vita, ci alimenta e ci illustra e fornisce di tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere bene;

Riconoscendo che la Madre Terra è una comunità indivisibile di esseri diversi ed interdipendenti con i quali condividiamo un destino comune e con i quali dobbiamo relazionarci in un modo che apporti beneficio alla Madre Terra;

Riconoscendo che, cercando di dominare e sfruttare la Madre Terra e gli altri esseri, gli uomini hanno causato grande distruzione, degradazione ed alterazione delle comunità, dei processi e degli equilibri che sostentano la vita della Madre Terra e che per questo, oggi, molti esseri rischiano di non sopravvivere;

Consapevoli che questa distruzione pregiudica anche il nostro benessere interno ed è oltraggiosa di molte credenze, saperi e tradizioni delle culture indigene che considerano la Madre Terra sacra;

Profondamente coscienti dell’importanza fondamentale dell’adottare, con urgenza decisiva,,un’azione collettiva per evitare che gli esseri umani provochino il cambiamento climatico e altri danni alla Madre Terra, minacciando così il benessere e la sopravvivenza degli esseri umani e degli altri esseri;

Accettando la nostra responsabilità verso gli altri, verso le generazioni future e verso la Madre Terra  di rimediare ai danni causati dagli esseri umani e trasmettere alle future generazioni valori, tradizioni e istituzioni che facciano prosperare la Madre Terra;

Convinti che, affinché le comunità degli esseri umani e delle altre creature fioriscano, bisogna stabilire sistemi di regolazione della condotta umana, che riconoscano i diritti inalienabili della Madre Terra e di tutti gli esseri che sono parte di essa;

Sicuri che le libertà ed i diritti fondamentali della Madre Terra e di tutti gli esseri debbano essere tutelati dal principio di legalità e che i corrispettivi doveri degli esseri umani di rispettare e difendere questi diritti e queste libertà debbano esser imposti per legge;

Proclamiamo la presente Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra come complemento della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, affinché serva come fondamento comune mediante il quale la condotta di tutti gli esseri umani, le organizzazioni e le culture si possano guidare e valutare, e

C’impegniamo a cooperare con le altre comunità umane, le organizzazioni pubbliche e private, i governi e le Nazioni Unite, per garantire il riconoscimento universale ed efficace e l’osservanza delle libertà fondamentali, i diritti e i doveri consacrati in questa Dichiarazione, tra tutti i popoli, le culture e gli stati della Terra.

Articolo 1. Diritti, libertà e obblighi fondamentali

(1) La Madre Terra è indivisibile, la auto-regolazione della comunità degli esseri avviene intendendo le relazioni con qualsiasi essere all’interno di questa comunità e con l’Universo come un tutt’uno. Aspetti fondamentali di queste relazioni sono definiti, nella presente Dichiarazione, come diritti inalienabili, libertà e doveri.

(2) Questi diritti fondamentali, libertà e doveri derivano dalla stessa fonte di vita e sono inerenti a tutti gli esseri viventi, ragione per la quale sono inalienabili, non possono essere aboliti per legge e non dipendono dalla situazione politica, giuridica o internazionale del paese o territorio nel quale vive l’essere considerato.

(3) Tutti gli esseri viventi hanno accesso a tutti i diritti fondamentali e le libertà riconosciute in questa Dichiarazione, senza alcuna distinzione, né tra esseri viventi organici o inorganici, né tra esseri non viventi, o sulla base della sensibilità, indole, specie, uso negli esseri umani o di qualsiasi altra condizione.

(4) Come gli esseri umani sono in possesso dei diritti umani, così altri esseri possono essere anch’essi in possesso di diritti ulteriori, libertà e doveri peculiari della loro specie e appropriati al ruolo e alla funzione nelle comunità in cui vivono.

(5) I diritti di ogni essere sono limitati dai diritti degli altri esseri nella misura necessaria a mantenere l’integrità, l’equilibrio e la salute delle comunità in cui vivono.

Articolo 2. Diritti Fondamentali della Madre Terra

La Madre Terra ha diritto ad esistere, persistere e mantenere i cicli, le strutture e i processi vitali di sostentamento per tutti gli esseri.

Articolo 3. Diritti e libertà fondamentali di tutti gli esseri

Tutti gli esseri hanno:

A) diritto alla vita;

B) diritto a un habitat e ad un luogo in cui stare;

C) diritto a partecipare d’accordo con la propria natura a tutti i processi, continuamente rinnovabili, della Madre Terra;

D) diritto a mantenere la propria identità e integrità come essere distinto, auto-regolato;

E) diritto a essere liberi dall’inquinamento, la manipolazione genetica e le mutazioni strutturali e funzionali che possono minacciarne l’integrità o funzionamento salutare; e

F) la libertà di relazionarsi con gli altri esseri e partecipare alle comunità di esseri d’accordo con la propria natura

Articolo 4. Libertà degli animali dalla tortura e dalla crudeltà

Tutti gli animali hanno diritto di vivere liberi dalla tortura,  dal trattamento crudele o dal castigo da parte degli esseri umani.

Articolo 5. Libertà degli animali dal confinamento e sottrazione dal loro habitat.

(1) Nessun essere umano ha diritto a confinare un altro animale o a sottrarlo dal suo habitat a meno che farlo sia giustificato dai rispettivi diritti, doveri e libertà dell’essere umano e dell’altro animale coinvolti.

(2) Tutti gli esseri umani che confinano o hanno un animale devono assicurarsi che questo sia libero di esprimere modelli normali di comportamento, abbia un’alimentazione adeguata e sia protetto  dalle lesioni, le malattie, le sofferenze e la paura irrazionale, i dolori, l’angoscia e il malessere.

Articolo 6. Doveri fondamentali degli esseri umani

Gli esseri umani hanno la responsabilità specifica di evitare la violazione di questa Dichiarazione e devono, urgentemente, instaurare valori, culture e sistemi giuridici, politici, economici e sociali, coerenti con questa Dichiarazione, quali:

(A) promuovere il riconoscimento, l’applicazione e la messa in pratica delle libertà, i diritti ed i doveri enunciati nella presente Dichiarazione;

(B) assicurarsi che il perseguimento del benessere umano contribuisca al benessere della Madre Terra, ora ed in futuro;

(C) impedire che gli esseri umani causino interruzioni dannose ai cicli, i processi e gli equilibri ecologici vitali, e compromettano la vitalità genetica e sopravvivenza di altre specie;

(D) garantire che i danni causati da violazioni delle libertà, diritti e doveri presente in questa Dichiarazione vengano sanzionati quando sia possibile e che i responsabili rendano conto affinché vengano ripristinate l’integrità e il sano funzionamento delle comunità colpite, e

(E) consentire alle persone di difendere i diritti della Madre Terra e di tutti gli altri esseri.

Articolo 7. Protezione della Legge

Ogni essere ha:

A) il diritto ad essere riconosciuto in ogni luogo come soggetto di fronte la legge;

B) il diritto ad essere protetto dalla legge e ad un equo indennizzo per le violazioni e gli attacchi umani ai diritti e le  libertà enunciati nella presente Dichiarazione;

C) il diritto ad essere tutelato in maniera equa di fronte la legge.

D) il diritto ad una tutela equa per la discriminazione, sofferta da parte di qualsiasi essere umano, che violi la presente Dichiarazione, come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8. L’educazione umana

(1) Ogni individuo ha il diritto di essere educato al rispetto della Madre Terra ed in accordo alla presente  Dichiarazione.

(2) L’educazione umana dovrebbe sviluppare il pieno potenziale degli esseri umani in modo da promuovere  l’amore per la Madre Terra, la compassione, la comprensione, la tolleranza e l’amore tra tutti gli esseri umani e tra gli esseri umani e gli altri esseri, e l’osservanza delle libertà, diritti e doveri fondamentali della presente Dichiarazione.

Articolo 9. Interpretazione

(1) Il termine “essere” si riferisce ad esseri naturali che esistono in quanto parte della Madre Terra e comprende una comunità di altri esseri e tutti gli esseri umani indipendentemente dal fatto che agiscano o meno come organismo, stato o altra persona giuridica.

(2) Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato in un modo che implichi che uno Stato, gruppo o persona abbia il diritto di coinvolgersi in attività o di compiere atti volti a distruggere i diritti e le libertà contenuti.

(3) Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato in modo da limitare il riconoscimento di altri diritti, libertà e doveri fondamentali di tutti gli esseri o di un essere in particolare.

 

31 luglio 2011.

CAIRN. IL SEGNAVIA DEL NON RITORNO

Prosegue la nuova collaborazione a scadenze variabili, dunque molto tagliate per uno come me, con la collega Chicca Gagliardo, scrittrice e collaboratrice di Glamour con il suo blog letterario molto bello e positivo, Ho Un Libro In Testa.

L’Ognidove2 presenta un racconto inedito, CAIRN. IL SEGNAVIA DEL NON RITORNO. Ricordi di avere annunciato nel 2009 che l’avrei letto al Museo dell’Antartide, in occasione di una conferenza, ma così non feci. Alla fine quel breve racconto nato durante i giorni in cui tradussi I DIARI DEL POLO di Robert Falcon Scott, mi si è ripresentato come un Ognidove perfetto, si è plasmato nelle correnti del mio cammino attuale.

Per chi ha voglia di leggerlo, commentarlo, diffonderlo…eccolo qui.

15 luglio 2011.

VANCOUVER: STANLEY PARK

Milioni di nani nel cuore del gigante

Servizio su 6THCONTINENTMAG.COM qui

7 luglio 2011.

IL RITORNO DEL LUPO NEL GRAN PARADISO.

Finalmente si può vedere anche in Italia il lavoro di Eugenio Manghi (autore di Going North) e Marco Paolo Pavese gjrate tre anni fa, immagini straordinarie e inedite. Questo straordinario animale, depositario di un immenso segreto ereditario che porta nel proprio sguardo sul mondo, merita il nostro rispetto.

http://www.youtube.com/watch?v=0h1vVtRWgCU

16 giugno 2011.

L’OGNIDOVE IN PRESOLANA.

Ho atteso. Ho atteso che si depositasse l’emozione che sempre mi accompagna quando devo leggere pagine dai miei libri o inedite a un gruppo di persone che decidono di condividere con me ciò che ho…scritto. Sembra strano ma davvero è così. All’inizio di giugno, insieme agli amici del B&B La Presolana abbiamo organizzato “L’Ognidove in Presolana”. Due giorni di trekking in Presolana, con pernottamento al rifugio Rino Olmo (1820m slm). Mi ha fatto uno strano effetto ritrovarmi con un gruppo di persone venute da Piemonte e Lombardia, oltre agli amici Luca Geo(logo) e Andrea Asche(damini), più Jos ed Elisa gli elfici promotori dell’iniziativa. Abbiamo percorso la valle dei Mulini a Castione della Presolana, e quindi risalito la conca del massiccio della Presolana che guarda verso sud: verso gli altopiani di Castione e Clusone, verso la valle Borlezza, il lago d’Iseo, la Pianura Padana, gli Appennini…e allora ho deciso di leggere i racconti inediti che andranno a comporre il nuovo libro di fotografie di Asche e di testi, scritti a mano, miei. Non mi sono pentito. Pochi giorni dopo Barbara Aghem mi ha scritto queste parole, che riportano alle origini di questo sito per chi se lo ricorda. Parole che mi ha gentilmente concesso di utilizzare, e per le quali la ringrazio molto – poichè l’Ognidove è la sua domanda, e la sua domanda, è già una risposta.

 

Ti scrivo perchè voglio che tu conosca le mie impressioni sull’Ognidove in Presolana. Il tutto sta sedimentando molto lentamente. Sono stati giorni intensi, mi sono sentita come un bimbo piccolo che deve conoscere ancora ciò che lo circonda e che, senza preconcetti, assorbe tutto. E passeranno giorni e mesi prima che assimili. Io sono stata iperstimolata da tutto ed ora sto assaporando nel ricordo l’esperienza di questo “viaggio”, è per questo che non provo nostalgia. Forse l’augurio nella tua dedica sta prendendo forma? Confrontandomi con Enrico pensavo che, nonostante non fosse la mia prima gita in montagna e sebbene sia stata sempre molto attenta alla natura, ho vissuto questo trekking in un modo del tutto nuovo. Mi è sembrato di essere in un’altra dimensione, è questo l’Ognidove? Sono curiosa di iniziare il libro. Anche se ero in piacevole, a volte scanzonata, compagnia, ci sono stati momenti in cui mi sono sentita completamente sola di fronte allo spettacolo che la natura ci offriva. E’ la prima volta che mi capita di condividere con persone che non conosco un’esperienza forte, pensavo non fosse semplice: trovarsi in situazioni di disagio perchè non si ha niente in comune, invece è stato tutto molto naturale. Mi sono piaciuti i nostri discorsi intorno al tavolo, tutti ci siamo sentiti liberi di esprimere le nostre idee, uno scambio che aiuta a crescere. Ti ringrazio per aver condiviso con noi i tuoi amici: i fantastici Elisa e Jos che ci hanno accolto “in famiglia” con la loro presenza discreta e premurosa, il mitico Luca con una predisposizione all’incontro con gli altri che trasmette entusiasmo, Asche con lo sguardo da sognatore, non so come spiegarmi, come se vedesse “dove gli altri pensano che non ci sia niente” (ricorro alla Donà), Renzo…indescrivibile, avevi ragione: non ci sono parole. TU …sei una forza della natura! Mentre parlavi, camminavi, fotografavi, leggevi, pensavo “è qui ma è anche altrove” e mi veniva la curiosità di sapere dove fossi. Eppure non mi trasmettevi inquietudine. Anzi, sei stato come un fiume di grossa portata inesorabile, che ci ha trasportato in questo viaggio con un bagaglio di esperienza e Sapienza che ci ha messo in discussione e che è stato oggetto di riflessioni. Non so cosa ti aspettassi da questa esperienza, dal mio punto di vista l’evento è riuscito. Micaela e Valerio han detto che mi merito una bottiglia di vino per averli coinvolti, questo è entusiasmo. Enrico è ancora coinvolto, continuiamo a ricordare la Presolana. Il “viaggio” ha segnato anche lui e questo mi riempie di gioia perchè è un tipo difficile da “segnare”. Hai fatto centro Dav! Questa sera, ricordandovi, ci siete apparsi come la Compagnia dell’Anello e noi abbiamo avuto il privilegio di entrare nel libro per vivere la vostra amicizia e le vostre storie.

 

24 maggio 2011.

THE TREE OF LIFE. GRAZIE, TERRENCE MALICK.

È davvero giusto che io abbia visto The Tree of Life, il film di un poeta che cerca di esprimere la profondità della vita usando gli occhi. È giusto perché adesso anch’io conosco quello che viene dopo di me, oltre che ciò che stava prima, nel mio albero della vita. Mai come ieri sera e questa notte, nel sognare, ho capito l’inutilità dei giudizi. Non contano nulla, davanti ai film di Malick. Il giudizio, l’opinione, siamo noi nel momento in cui, davanti allo schermo, diventiamo il film.

Ci sono tre momenti, tre dichiarazioni fondamentali, e sono tutte nei primi minuti della pellicola: la voce della donna, fuori campo, racconta da dove viene, il suo albero della vita e racconta della scelta che si deve fare nella vita. È la scelta tra la via della Natura, e la via della Grazia. È una grande provocazione, questa di Malick. Perché? Vedete il film, sentitelo, e capirete cosa intendo. Ci vorrà tempo per capire questa affermazione.

La sua sintesi viene poco dopo, quando il primogenito, ormai adulto, calato in un contesto post moderno riflette durante un normale giorno di lavoro in un’asettica grande azienda, in un grande grattacielo: “il mondo è sottosopra, sono tutti posseduti dall’avidità”. Così, con una semplicità quasi banale, Malick fa dire al figlio della vita che ha vissuto più tormento da bambino, la dicotomia che tra Grazia e Bellezza non dovrebbe esistere – ma che invece ha cittadinanza nell’universo immenso, cinematograficamente rivoluzionario, di Malick.

Dentro il film c’è un lunghissimo tempo affidato affidato alla Natura e alla Grazia, un tempo diverso, fatto solo di suoni dell’universo intero: l’acqua, la lava, gli animali preistorici, il vento, il silenzio, il mare. Tutto è senza nome, direi quasi che non conta dove, perché non c’è dove ma solo un Qui e Ora. E come ogni qui e ora, riflette l’eternità insondabile. È questo tempo universale a creare la scissione con il tempo dell’uomo, il tempo dello vicenda di una tipica famiglia americana del boom economico del dopoguerra, dove la delusione e l’ambizione erodono l’ordinata superficie attraverso il disagio crescente dei figli piccoli e quello stato di grazia religioso e quasi ottuso della madre, che vive la sua personale battaglia convinta dell’idea che perdonare e amare tutti sia l’unica via. La stessa madre che soffre terribilmente la perdita di un figlio, così terrena e carnale, è colei che conduce al tempo eterno, alla riflessione sul passaggio breve che ci è in dote su questa terra.

Tutto, quindi, alla fine torna all’altro tempo, quello che non scorre e che noi possiamo solo ammirare, oppure temere, o ancora fingere di non conoscere. L’uomo è al centro della vita dell’uomo, ma di sicuro non è al centro della vita della Vita.

Come sia possibile, attraverso l’ammirazione dell’universo e del suo tempo immobile, giungere a certe conclusioni che sono tappe sempre più nuove e sempre più concrete del Cammino di cui non conosciamo la meta, sembra essere il mistero a cui allude Malick, ancora una volta – proprio come in La sottile linea rossa, e nell’innesto genetico avvenuto nell’uomo in vicende come quella raccontata in Il nuovo mondo. The Tree Of Life è talmente vasto che uscire dal cinemae fare la lunga strada verso casa, diventa silenzio e anche tempo immobile. Una sottile linea rossa che ci separa dal nuovo mondo, sull’albero della vita.

 

21 maggio 2011.

FLATHEAD VALLEY: IL VIAGGIO NON HA MAI FINE

Nel 2008 andai nella Flathead Valley in British Columbia. Impossibile dire cosa significò quel viaggio per me, insieme a mia moglie Cristina e al fratello d’avventura Andrea “Asche” Aschedamini. Scrissi molto, e anche due reportage uno per SPECCHIO (il defunto periodico de La Stampa: fu il mio ultimo pezzo) e uno per GQ, che è poi apparso in versione “migliorata” nella nuova edizione de I DIARI DI RUBHA HUNISH.

Oggi su www.flathead.ca hanno messo un link al nuovo edit del filmato di 25 minuti Flathead Wild. Guardatelo…e se vi va

qui trovate il racconto uscito su GQ che potete scaricare liberamente.

I DIARI DI RUBHA HUNISH potete sfogliarlo qui e acquistarlo direttamente qui.

Io così la ricordo, quella meraviglia…

 

 

 

11 aprile 2011.

L’AQUILA. LA DEMOCRAZIA DEL CAMMINARE.

Il servizio televisivo della tv svizzera italiana, di cui sono autore, andato in onda ieri sera, è visibile qui.

 

14 febbraio 2011.

IL RICHIAMO…DI RUBHA HUNISH.

Devo ammettere che è un tantino surreale attendere due anni per rivedere in libreria il libro che hai scritto come tuo manifesto letterario, le idee estratte con attenzione e ascolto dal Cammino, e negli stessi giorni vedere in libreria uno dei libri più belli dell’universo, Il richiamo della foresta di Jack London, che hai tradotto, curato, studiato, amato follemente.

E così è accaduto: I Diari di Rubha Hunish torna con tanti inediti, un’Appendice importante, una copertina nuova; torna e chiude un cerchio, durato sette anni di Passi e di Soste, che si è disegnato principalmente attraverso i miei tre libri di narrativa. I sette anni in cui la svolta intrapresa da metà anni novanta verso il mio orizzonte più profondo e reale si è compiuta.

 

In questo, preziosa alleata, Galaad Edizioni che lo ha messo nella collana inaugurata nel marzo 2010 da La Strada Era L’Acqua.

Vorrei potervi dire tante cose, ma grazie alle sinapsi virtuali offerte da Internet, vi invito a questi link:

Quattordici pagine da I Diari di Rubha Hunish, le potete leggere qui.

Il Richiamo della Foresta di Jack London sul sito Feltrinelli, qui.

15 gennaio 2011.

IT IS NOT DOWN IN ANY MAP. TRUE PLACES NEVER ARE.


 

 

26 dicembre 2010.

L’ANNO DELL’IGNORANZA

Each man kills the thing he loves – ogni uomo ammazza la cosa che ama. Lo scrisse Oscar Wilde e questa frase mi ha sempre colpito particolarmente per come sa cogliere in sette parole un intero processo, biologico e anche evolutivo, della nostra specie. Ma anch’io credo di poter dichiarare alcune cose da dire a noi che viviamo in una cornice sociale e lavorativa – noi che facciamo «ciò che amiamo» per vivere.

Vorrei dire qualcosa e mi piacerebbe condividerlo, sviscerarlo idealmente assieme a chi si protende dai mille blog, dalle pagine culturali, dalle redazioni, dalle case editrici verso un vasto mondo spesso sconosciuto, un mondo che è abitato dagli altri. Vorrei dirlo chiaro e forte, che il nostro mi pare un mondo non tanto di individui consapevoli di essere noi bensì di individualisti (non tutti, badate – semplicemente coloro che cercano di plasmare questo noi in un io putrescente e inutile). Già perchè più spesso che no chi fa e chi vive intensamente  ciò che ama, una volta passato dalla fame della ricerca al desiderio di consolidare e alla difesa di ciò che ha ottenuto – quando cerca la sicurezza o il tirare a campare – mi costringe a dire «la cosa che ami ti uccide.»

E va anche detto che questa «cosa che ami» fa anche bene a vendicarsi, poiché capisce che forse quello non era l’amore che ti rende libero ma quello morboso che infatti permea grande parte, come il petrolio del Golfo del Messico, il grande mare della scrittura.

Come uscirne? (Anche) con un po’ di ignoranza. Non dico di fare proprio come è accaduto al sottoscritto – che non ha pubblicato volontariamente nulla dal 1997 al 2004 ritenendo di aver fatto già abbastanza dal 1984 al 1997 in altri ambiti (editoriali, giornalistici, radiofonici, televisivi). Lo ammetto, avevo «la cosa che amavo» e la cosa che amavo sono riuscito a non tradirla mai ma venne il momento del mio ultimo valzer prima di esaurire le energie, le risorse, le motivazioni. I miei mutamenti climatici parlavano chiaro, ciò che amavo mi attendeva e voleva uscire allo scoperto. Il viaggio profondo doveva recuperare quota. Dovevo avere coraggio.

«Cosa fai?» mi chiedevano, «lo scrittore,» rispondevo; «e cosa scrivi?» aggiungeva l’interlocutore di turno… «niente» rispondevo. E poi aggiungendo «scrivo senza pubblicare – mi sto dedicando all’ignoranza, ignoro cosa accade nel mondo editoriale per liberare la mente, lo spirito e il corpo, la vista, la visione, la percezione. Ora vivo un momento privilegiato e voglio sentire la forza delle parole venire dal sangue, dallo stomaco, dai piedi, dalle mani, dal ventre e pure dalle palle magari. Voglio, esigo, pretendo l’attimo della creazione prima che la creazione sapesse che esistevano i libri, i giornali e la diffusione della parola scritta…» Le perplessità non mi scoraggiavano, anzi mi dimostravano che il solitario viaggio verso la creazione, quel magnifico privilegio che tutti abbiamo l’opportunità di vivere se ci facciamo trasportare dai flussi più profondi e slegati dalla vita contingente, poteva proseguire indisturbato. Non interessava a nessuno, e così era meglio perché evitavo di dovergli dare una forma che era troppo presto per rivelarsi.

Cosa credete: è stato fantastico. Perché leggi, vedi, scopri tante cose, esplori argomenti che non hai mai potuto approfondire ma non li finalizzi, non rimani vittima del tuo calvinismo che ti interroga ogni sera e ti chiede «beh, qui che si fa?» In poche parole, è stato fantastico perché c’era tutto l’occorrente per elaborare: l’aratro della mente lavorava sul tempo e quello dell’anima sullo spazio. Il mio Anno dell’Ignoranza durò un settennio, un unico grande affioramento di varve delle mie piccole epoche geoIllogiche di uomo alle prese con un orizzonte che non potevo inseguire perché era cambiato da solo con uno smottamento definitivo. Dico questo dopo un altro settennio. Lo dico perché scrivo libri e su riviste, e coi viaggiatori incontrati sinora nel mondo del noi tracimato nell’io, ho talvolta la percezione che tutto si giochi sul filo teorico, una corda sottile tesa sul vuoto e dove l’intelligenza brillante cammina impettita noncurante degli abissi che si aprono un varco sotto le sue stesse affermazioni. E così a me pare che talvolta manchi qualcosa che é evidentemente necessario: più la vita si fa gioco del tempo e spinge avanti, più si rischia di dimenticare «la cosa che amiamo» e che dopotutto ci ama, visto che le cose si lasciano scrivere, dato che sono loro che vengono a cercarci e a regalarci la loro Esperienza.

Il problema dell’(assenza di) Esperienza è serio: è la malattia che svuota le vene delle idee, esattamente come il Dracula invisibile dell’immaginario-zombie inaridisce i fiumi di questa italietta delle lettere (con la elle minuscola), capace di abbandonare a se stessi i sognatori capaci di dedicare invece alle Lettere messaggi importanti, e di scavare dove l’Immaginario, come un quarzo che pulsa, chiede solo di uscire alla luce del sole.

La Compagnia Elettrica ci manda l’elettricità a casa e grazie all’acqua – che è data in natura e cade dal cielo – per una cifra tutto sommato modesta possiamo vivere le nostre vite e noi degli io fare «la cosa che amiamo.» Ma adesso pensate a cosa accade dopo. Con l’energia prodotta attraverso un  processo geniale produciamo principalmente cose inutili, cioè non utili: cose che al ciclo della vita non restituiscono l’energia che questo stesso ciclo ci regala grazie all’acqua catturata, trasportata e poi forzata a  trasformarsi in un’invisibile entità – l’Energia – che diamo per scontata, ogni giorno. Perché quando accendiamo il gas per fare il caffè o per cucinare, siamo improvvisamente al cospetto del respiro dell’artico ma non ci interessa affatto analizzare, noi dell’io, cosa stiamo facendo all’Artico. (Si, è solo un esempio – ma che esempio!)

Pensate la meraviglia che potremmo provare se dovessimo produrci da soli l’energia, ognuno con i propri metodi e poi, solo in seguito, entrare nella fase oggettiva del processo privato: se l’energia prodotta non viene in qualche modo messa a terra, restituita in misura maggiore delle singole necessità, si innesca un processo che conduce all’anemia collettiva dei fiumi. È chiara l’immagine? Bene…

Ora pensiamo agli intellettualismi sterili, spesso totalmente inutili: si illuminano come mille luci per un attimo e poi? Cosa ci restituiscono, come collettività? Cosa ci danno? Dieci milioni di telespettatori di share. E poi la tv che si spegne. Altro buio da accendere con una conflagrazione: pensate invece che potere propulsivo se riuscissimo a collegare tutte queste piccole centrali dello spirito umano individuale. Mentre l’energia sguscia e si autorigenera nella propria corsa inerziale, essa restituisce a ogni fonte ben più di ciò che le era stato prelevato per creare l’altra energia, quella della nostra distrazione.

È così semplice che vien da pensare a che Specie stupida apparteniamo, incapace di riconoscere la finitezza delle risorse quando esse vengono saccheggiate: osservate il bosco e gli animali e capirete cosa intendo dire. E ora, alla fine del discorso, proviamo a pensare a noi, quelli che facciamo «la cosa che amiamo» e a come mandiamo il cervello fuori giri, saccheggiandolo con tanta leggerezza. Leggiamo ma viviamo in un mondo teorico, e aperta la finestra questo mondo non esiste se non nel pensiero teorico perché la fantasia che deve permetterci di trasformare il pensiero teorico in esperienza viene soffocata dall’impatto forte e deciso della realtà quotidiana e della stragrande maggioranza, quella degli altri, alla quale in realtà forse noi non stiamo veramente dicendo nulla bensì solamente raccontando qualcosa di risaputo.

Rivendico un po’ di ignoranza. Sono felice quando posso frequentare gente che non legge ma che sa illuminare: è una cura importante perché mi fa capire quando sta per arrivare il momento in cui la mia mente inizia a masturbare l’aria senza ossigeno. È quando mi sento asfissiare dall’odore di chiuso: niente luce, niente respiro, niente pausa, niente scambio dentro-fuori, niente esperienza dell’attimo vitale, niente espressione. Niente di niente. È allora che ho voglia di ignoranza, è allora che scendo sulla Terra, e marcio rivendicando la Creazione.

È l’Ignoranza della meraviglia per le cose del mondo (ri)viste come la prima volta. E quando finalmente mi sono sentito beatamente ignorante so di essere nei luoghi selvaggi – gli angoli della terra che mi fanno sentire fantasticamente minuscolo, eppure necessario come il Gruccione dell’Africa e il mosquito delle Yukon Flats. Mi abbevero di energia e poi cerco di trasformarla in qualcosa da restituire.  Sono ciò che sento (e che elaboro), e conosco bene il pericolo più grande che corriamo. L’assassinio di ciò che amiamo da parte del codardo ego. Per ora facciamo così: dedichiamoci un po’ all’ignoranza – dove si trovano i semi di ciò che apprenderemo camminando lungo la pista. Augh.

5 dicembre 2010.

L’INVISIBILE CANTO DEL SILENZIO

E’ il mio primo libro ufficiale di poesie (escludendo gli inediti inclusi da Piero Gelli in L’amore L’amicizia del 2005), e sono felice di averlo scritto a mano e in un dialogo davvero magico con le foto di Andrea Aschedamini. E mi emoziona, perchè la poesia è la mia scrittura da almeno trent’anni, ben prima della narrativa e della storiografia rock. Immagina dunque come sia stato bello poter lavorare in totale libertà su un tema davvero impegnativo, e cercando di dare voce alle immagini assorbite a Chiaravalle e a quelle catturate da Asche. Due anni fa lui preparò le basi pubblicando Tremilachilometri a mano, dove al dialogo contrapposto delle sue foto del Canada e di Milano, avevo legato poesie scritte a mano, e due stampate regolarmente per aprire e chiudere il libro. Quello e altre belle vibrazioni hanno fatto decidere a Educatt, laboratorio di editoria dell’Università Cattolica di creare un volume ispirato e dedicato alla splendida Abbazia di Chiaravalle a Milano – oltre a una mostra e ad altre iniziative che verranno. Così martedì 30 novembre, alla Cattolica abbiamo presentato il libro in un’atmosfera molto bella, e con il contributo decisivo della professoressa di Antropologia  Giovanna Salvioni (autrice della prefazione del libro). Davvero molto profondo questo viaggio, nato anche da una permanenza di due giorni con i frati di clausura nell’Abbazia. E veramente incredibile che quattro anni fa, assieme all’amico geografo Franco Michieli, il nostro “trekking dentro Milano” partì proprio da Chiaravalle (trovi il racconto uscito su GQ qui e quello su WORDS WITHOUT BORDERS qui).

“Abbiamo visto/ L’anima nuda dell’uomo/ Alcuni l’hanno toccata/ Essi hanno la carezza dell’Uno”

Non c’è molto altro da dire, se non che visitando questa pagina dedicata potrai leggere di più e trovare il modo di acquistare il libro anche online.

4 novembre 2010.

NEGLI OCCHI

L’acqua ha un suono. L’acqua ha una voce. Sono il suono e la voce di una creatura che abita latitudini indivisibili e che abbracciano tutto il creato sotto il sole – sono il suono e la voce di qualcosa che non se ne va. La sensazione di qualcosa che può essere solo ciò che è, che ti permette di riconoscere le stagioni senza aprire gli occhi al mattino, sentire l’umidità dell’aria senza guardare oltre la strada, verso i larici.

È negli occhi del gufo delle nevi, è nello sguardo degli animali selvatici, è nel passo dell’uomo che lavora dove un fiume scorre vivo, dove il mare sciaborda incessante attraverso le stagioni. In tutto questo vedi il mondo intero, la natura, la selvatica distesa – in quegli occhi c’è il racconto di ere e di milioni di anni della terra, un racconto che non potremo mai portare via con noi, ma solo narrare incessantemente per farlo sempre più simile all’acqua che ci è compagna di vita. L’acqua che rasserena l’ansia del nostro breve esistere.

L’animale non ha tempo, non può conoscere l’ansia della morte – il pensiero che regola da dentro la nostra esistenza; loro sono liberi e senza coscienza di essere agli ordini dell’istinto di sopravvivenza. Questo è ciò che regola da dentro la loro esistenza. Poiché loro, gli altri animali, sono bambini appena usciti dal grembo, e lo sono per tutta la vita. Ecco perché conoscono la morte solo quando diventano morte. È il breve soccombere alla regola, che poi torna a essere guida di vita: rinascono nell’animale di ogni loro specie, non si curano dei sistemi razionali, ma hanno la conoscenza tribale che è eterna.

Ecco cosa vorrei essere. Vorrei essere il tempo degli altri animali, senza passato e senza futuro, il presente continuo della mia tribù. Come gli altri animali vorrei seguire il sentiero, osservare e fare esperienza, attendere e avere la conoscenza, avere i sensi aperti e vivere di meraviglia, prestare attenzione e conoscere l’istinto della conservazione di tutto ciò che è tanto più grande e importante di me. Vorrei chiudere il cerchio, lungo questo sentiero, guardando la vita negli occhi.

23 ottobre 2010.

IL CLIMA DEL PIANETA CHE CAMBIA VISTO DAI NATIVI.

Segnalando nei giorni scorsi il documentario che la Isuma Tv metterà in live webcast dal festival imagiNATIVE di Toronto questa notte (alle 3 ora italiana) sul blog La Poesia E Lo Spirito (clicca qui per leggere l’articolo), l’amica e antropologa Maria Luisa Nodari dall’Università di Cambridge in Inghilterra, dove lavora, mi segnala una bella iniziativa che il suo gruppo di lavoro sta portando avanti. Vi invito a leggere le parole di Maria Luisa e di andare a vedere cosa stanno facendo dalle parti della città dei Pink Floyd questi giovani e appassionati studiosi: “lavoriamo sulle percezioni dei cambiamenti climatici da parte delle popolazioni locali. E’ nato così il sito Climate Histories da un gruppo di giovani antropologi che tentano di raccogliere e analizzare storie locali di cambiamenti climatici nelle zone in cui lavorano, cercando di fare network con le scienze ambientali per capire che risposte danno le popolazioni locali al problema, e che risposte si possono dare interagendo, come interviene la sfera politica e così via. Si tratta di un progetto molto concreto, per sfatare un po’ quell’idea che universita’ e mondo reale non abbiano nulla a che fare l’una con l’altra!”

 

8 settembre 2010.

LA VALLE DI OGNIDOVE NON E’ PIU’ IN LIBRERIA. AMEN.

Non so se essere felice, oppure semplicemente deluso dalla fine del disastro accaduto dopo la fusione di CDA&Vivalda, le incredibili decisioni che hanno condotto alla catastrofica gestione dei “money people” che ha visto la chiusura della Rivista della Montagna e ora della collana Le Tracce, gloriosa collana diretta da Mirella Tenderini. Noi lo sapevamo da almeno due anni che doveva succedere. E puntualmente è successo. Forse è un bene. Quando una casa editrice – se casa editrice si può chiamare un’azienda con un passivo da capogiro misteriosamente sostenuto negli anni da qualche santo in paradiso – non capisce al vertice di cosa sta trattando, allora è veramente difficile che possa andare avanti. Nonostante gli amici, ora licenziati o dimissionari, avuti in Vivalda, credo sia un bene che chi non ha le capacità di fare editoria debba chiudere. Ah, resta per ora la collana I Licheni (quella che lanciò Mauro Corona) e ALP un mensile anch’esso storico che di storico ha solo il nome, ora come ora.

E dunque LA VALLE DI OGNIDOVE – di cui questo sito fu ancora prima che nascessero i booktrailer una “casa” con contenuti anche diversi dal romanzo stesso – non è più in libreria. E poi il documentario della RSI – TV SVIZZERA ITALIANA, “La sapienza di Davide. Parole in cammino” (guardalo qui in bassa risoluzione), ispirato proprio a questo romanzo. Ma secondo voi “l’editore” se ne era accorto? Non che prima, tra troppi librai lazzaroni e un distributore incerto, si trovasse facilmente. E si che esistono i computer e per ordinare un libro basta un click. Tuttavia chi fosse interessato a leggerlo può scrivermi a unusmundus@davidesapienza.net perchè alcune copie da vendere le ho ritirate io prima che la giacenza di magazzino andasse al macero. Parlando di fuori catalogo – ma per altre ragioni: annuncio qui che I DIARI DI RUBHA HUNISH uscirà in nuova edizione per Galaad, un editore vero, che ama i libri, che non li lascia marcire nei bancali o in magazzino. Che si interessa di letteratura e scrittura, non di grafici di marketing e basta. State sintonizzati, la nuova edizione è …come dire…implementata!

4 agosto 2010.

UOMINI E CANI. E UNA GRANDE SVOLTA NEL TEMPO DELL’ALTOPIANO.

Caro Corriere di Ognidove. Ognidove sono stato di recente, principalmente nello sguardo del nostro bambino che cresce e ci insegna la vita da capo, ci fa rinascere ogni mattina, a ogni sorriso. A ogni sillaba. Ma non ho dimenticato il dovere che ho nei confronti della Parola, delle storie da raccontare, da rispettare, da proteggere. Il mio lavoro, la mia missione. E’ dunque accaduto che Marco Paolini, fuoriclasse del palcoscenico e del racconto, decidesse di farsi ispirare dalla traduzione di “Preparare Un Fuoco” di Jack London. Il mio primo lavoro dedicato all’amico Jack. Ne è nato “Uomini e Cani” e questo ha dato tanta fiducia e ispirazione, al mio cammino. Ispirazione che mi ha fatto trovare nelle persone che amministrano molti dei nostri comuni ascolto per fare questo evento unico, anche qui da noi. A Parè (già celebrato ne “I Diari di Rubha Hunish”).

E’ stata una lunga corsa arrivare a questa domenica 1 agosto in cui circa quattromila persone hanno raggiunto questo meraviglioso angolo di Orobie, alle falde della Presolana, un luogo che amo immaginare quando da casa osservo Il Castello, la corna ammantata di alberi che lo protegge. Domenica mattina Marco ha deciso – come è uso fare – di cambiare ancora una volta la narrazione e ha invitato Cristina a cantare per fornire alcuni rifornimenti sul percorso narrativo all’immaginario di tutti noi in ascolto attento. Quello che è accaduto domenica è che si è liberata una bomba buona di energia incredibile che essendo nata dalla gioia e dalla voglia di condividere di tutti, significherà effetti collaterali straordinari nel tempo. Quanto tempo? Non so. E non importa. Ma mi piace pensare che il nostro lupetto Leonardo, crescendo, parlerà coi suoi amici di quel giorno, l’1 agosto 2010, a Parè quando tante persone, tutte insieme, hanno dimostrato che a volte, noi umani, sappiamo essere figli della terra e della nostra storia.

Grazie Jack, per aver raccontato l’uomo di fronte alle domande giuste che madre Natura ci fa, ogni giorno. Ora vado a guardare Il Castello. Non è più una fortezza inespugnabile, per tutti noi adesso è la casa dove le storie di London e le voci di Marco e Cristina rimarranno in eterno a parlare coi boschi, i pascoli, i sentieri – anche quando la neve li copre negli inverni di Presolana.

 

28 giugno 2010.

LA STRADA DELL’ACQUA SI RITUFFA NELL’INVISIBILE

Sarebbe stato difficile esprimere le emozioni vissute sabato prima, durante, e dopo l’ultima presentazione di “La strada era l’acqua”. Nella bellissima casa Fantoni di Rovetta, a poche centinaia di metri da casa, tante persone hanno ascoltato il dialogo condotto con maestria dall’amico Max Pavan…

Ma voglio lasciare la parola a una persona venuta da Verona, Paolo Marzola, che sul suo blog ha scritto …

http://www.paolomarzola.com/blog/archives/2999

Ci si vede al trekking di Foroglio in Svizzera.

31 maggio 2010.

IL POPOLO DELL’ACQUA.

E’ Mariantonia Ferracin, amica e geologa-poetessa, a chiamarci così. Lo diceva ieri mattina, quando siamo partiti sotto uno splendido acquazone da Valzurio, contrada Spinelli, territorio di Rovetta e Oltressenda Alta, per salire verso il Moschel, dove le Marmitte dei Giganti ci attendevano.

Neanche in un sogno potevo credere che l’Acqua, celebrata nel libro La Strada Era L’Acqua, decidesse di venire a farci un saluto esattamente all’orario prestabilito per la partenza. L’amico Stefano ci ha contato: eravamo 24, forse 28 (alcuni amici hanno rinunciato).

Nei giorni precedenti questo trekking letterario (per ora unico, gli altri li sto facendo tutti nelle scuole), per me tanto importante proprio perché scelto con cura in uno dei miei luoghi preferiti e più magici delle Orobie bergamasche, é stato divertente vedere i messaggi “preoccupati”: “E se piove?” Se piove, piove. Io ci vado comunque. Un segno dei tempi. C’era chi aveva una mantellina, c’era chi aveva l’ombrello, vecchio strumento geniale di saggezza montana. Come a dire, “la vita va avanti”.

E così abbiamo risalito l’Ogna. Ieri c’era (come spesso fa) anche Dario Agostini: alla fine ho deciso però di “svelarlo” ai partecipanti poiché il suo viaggio ha ispirato e dato tantissimo a questo libro, La Strada Era L’Acqua.

Con Mariantonia c’era Luca Barzasi, giovane amico e geologo-poetesso-fotografo. Hanno regalato a tutti noi una mappa geologica della zona, raccontata con il raro dono dell’amore per la Terra, la “materia” del loro studio.

Poi, la pioggia ci ha lasciato alle brume che si alzavano, e verso metà mattina abbiamo guadato il placido torrente e ammirato le Marmitte del Moschel. Dopo i saluti e il ritorno a casa, c’era però l’impegnativo pomeriggio in Baitella, a Songavazzo, da organizzare. Nelle mani di Renzo (il Simeone lo Stilita delle Lettere dall’Ognidove di tre anni fa), eravamo tranquilli.

Il magico Francesco Garolfi pronto con i suoi strumenti a corde, la pineta dietro la Baitella, in quieto ascolto della brezza, la Presolana, nascosta dalle nubi di primavera. Quindi, alle 16.30 l’inizio della lettura con il commento tutto strumentale di Francesco. Composizioni sue, di Daniel Lanois e di Jimi Hendrix, Paul McCartney e Lindsey Buckingham. Grande magia, ancora: diversa ma speciale, un flusso di emozioni gemelle di quelle così mattiniere nell’acqua della Valzurio. E anche ieri pomeriggio, tanti amici del Popolo dell’Acqua.

In tutto questo la magia di vedere apparire il mio lupetto assieme a Cristina e Carla: Leonardo stupito che mi punta il dito dalla pineta, come a chiedere, “ma come papà, parli con loro e non con me?”. Poi ha sorriso, e si é (si fa per dire) calmato …Intanto le parole e la musica si abbracciavano, i cuori di voi, seduti con noi in quell’angolo fuori dal tempo, erano aperti. Lo sentivo. E di questo vi ringrazio.

Una giornata veramente spettacolare e speciale. Un momento magico. Un dono meraviglioso.

 

22 marzo 2010.

LA STRADA ERA L’ACQUA, il nuovo libro.

E’ una frase che compare nelle prime pagine de La Valle di Ognidove uscito il 7 settembre 2007. E’ adesso il titolo del mio nuovo libro, un altro viaggio molto particolare, una cosa ancora diversa sia da I Diari di Rubha Hunish (che Galaad Edizioni ristamperà tra fine 2010 e inizio 2011), un libro per il quale devo tanto a Dario Agostini che il viaggio l’ha fatto veramente donandomi poi la sua storia per farla diventare qualcosa di più universale, un sogno che si fa realtà e poi racconto…Ma devo anche ringraziare Andrea Aschedamini, amico prima di tutto e compagno di viaggio in Canada nel 2008 dove catturò una splendida immagine del Flathead River al confine tra British Columbia e Montana (USA), che ci ha donato l’immagine di copertia.

Potete leggere tutto quello che c’é da sapere sul libro nello speciale che appare sul sito di Galaad, dove si possono sfogliare e leggere le prime venti pagine. Lunedì 22 marzo, in libreria.

 

26 febbraio 2010.

IL FIUME, IL RACCONTO DELLA TERRA

IL LAMBRO CI PARLA

Forse non sanno, i criminali stupratori che hanno sversato petrolio nel fiume Lambro, che probabilmente hanno fatto un favore alla Terra. Il Lambro, per me che sono di Monza, é stato il mio primo fiume. C’era. Era inquinato. Ne stavo alla larga, anche camminandoci a fianco o pedalando lungo le vie di Monza. Lo guardavo con distacco, davo per scontato, da ragazzino, che era così e altro non poteva essere.

Poi sono cresciuto, girando prima con la mia famiglia poi da solo, ho invece capito che la Terra ha modi ben strani per darci la certezza della propria energia. E così in questi giorni ecco emergere il coro unanime di politici impresentabili come i nostri, accanto alle voci che loro stessi hanno silenziato per anni – voci che però hanno invece lavorato duramente, come il Parco Valle del Lambro e diverse associazioni (ad esempio Gli Amici del Lambro, www.portaledellambro.org) nonché periodici come Brianze.

Ecco, la Terra é anche spiritosa: unisce gente senza speranza che ha massacrato la Lombardia e il suo straordinario ambiente naturale, a migliaia di cittadini sinceri, disinteressati, che hanno donato parte delle loro energie e il loro tempo, per continuare a tener viva la voce dei fiumi presso queste istituzioni colpevolmente sorde.

Ma bene così. Io sono contento: c’è in atto una reazione (anche qui in provincia di Bergamo, é stata annunciata una grossa azione di ripulitura dei fiumi proprio oggi) e questa reazione ha trovato un catalizzatore in questo disastroso evento.

La Natura Madre é energia, la sua parte esteriore, quella a noi visibile, é semplicemente forma dell’immensa energia che essa é e che genera di continuo. Lei, stanca e infuriata, ha mosso le mani di questi criminali, disposta a farsi del male nel breve periodo, per ottenere qualcosa di grande nel lungo periodo: il risveglio della Specie più pericolosa che abita il Pianeta Terra. Gli Umani.

Ecco dunque il Fiume. Una scelta chiara: il fiume scorre, il fiume é energia, il fiume si rigenera. Noi siamo tristi e feriti davanti a questo fatto, perché misuriamo tutto in tempi umani. Lei, Madre Terra, ci sta dando un’altra opportunità: e i migliori della Specie, sono già al lavoro assieme ai Peggiori, i politici che per decenni si sono disinteressati della Madre, Forse, qualcuno, aprirà gli occhi e qualche politica ambientale corrotta e contro natura, cambierà.

 

 

LA STRADA ERA L’ACQUA

Davide Sapienza, Galaad Edizioni. 2010.

Siamo partiti. Io e il fiume.

Piccoli e deboli insieme.

Siamo cresciuti man mano. Insieme.

Il fiume sempre più forte, possente, minaccioso, imponente, quasi regale.

Io sempre più sicuro nel seguirlo. Nel capire i suoi movimenti, i suoi bruschi cambi, le sue potenti impennate.

Pioveva a secchi dentro di lui.

E pioveva forte dentro di me.

E io sempre più dentro a lui.

E lui sempre più attorno a me.

(dal diario di bordo di Dario Agostini, 2007)

 

2009: L’anno del Lupetto

29 novembre 2009 – IL PRESENTE PROSSIMO

Ieri a Nembro. Ore 18.00. Raul Montanari annuncia l’inizio di quest’ultimo incontro del FESTIVAL DEI NARRATORI ITALIANI. Da oltre un’ora mi trovo nel Centro Cultura di questa cittadine alle porte di Bergamo. Mi pare di essere in Canada, in Norvegia…in luoghi dove la “casa della cultura” é un fatto reale e tangibile.

Entri, sala per giochi e bambini; sala ricerche; sala incontri; sala studio; sala mostre. La biblioteca, ovviamente. Ma soprattutto, tanta gente che entra in relazione, una forma di conoscenza spontanea che viaggia tra le persone. E tanti bambini. Cosa importante.

Ecco dove mi son trovato a incontrare un pubblico di oltre cento persone, attento e curioso. Raul Montanari, poi, é fenomenale: come scrittore, come traduttore, come uomo di cultura. Si parla seriamente con leggerezza, si dicono cose importanti, senza darsi “un tono”. Credo davvero di aver avuto l’opportunità di essere protagonista di uno degli incontri più belli, densi, significativi e importanti della mia storia professionale – 25 anni ormai. Tutto ciò, alle porte di casa.

Poi tutti a Nese, al Vecchio Tagliere. Cena, e dopo mezzanotte, altre letture e conversazioni belle: sino al cuore della notte. Posso dirlo? E “la strada era l’acqua” che cadeva fitta e leggera mentre rientravo nella notte velata, da dove la luna a tre quarti provava il suo presente prossimo. Lupetto dormiva quieto. Tutto era bello.

2 novembre 2009CREDO CE NE SIA BISOGNO

Da una notte l’acqua scende dal cielo. Pioggia benedetta di novembre. Ogni anno, arriva il mese penultimo con le sue gocce di cielo: arrivò quell’anno in cui andammo ancora freddi di mattino presto a cercarlo sul cuore del Varro.

Risalimmo un bosco erto che si scrollava su di noi quei giorni di pioggia. Fuori, sotto il cielo e lungo il sentiero, entrammo nella neve. Era bianca limpida e tanta ma io guardavo solo pioggia stretta in un abbraccio dolcissimo con la terra. Ora non si possono ricordare tutti i passi che un uomo compie tra le vie dorate della montagna quando la trovi abbracciata dolcemente all’acqua. Ma di sicuro si ricorda il cammino. Di sicuro si ricorda la forza dell’aria nelle narici, la brezza di una stagione che va cambiando che trapassa le gambe in movimento.

Mi è venuto in mente in tutte le ore che mi hanno fatto ascoltare la pioggia. Stamane al risveglio cadeva impercettibile: più che altro la vedi perché bagna il terreno. Ma il cielo è trasparente e opaco contemporaneamente. La lunga catena di erba ripida che corre alla grande montagna si nasconde in un vapore che sembra un polmone affannato. Poi, piove.

Prima ascolti il tetto della casa. Sembra svegliarsi e tamburellare lui contro le gocce. Invece è il contrario: l’acqua scende, slava via verso terra, penetra nell’erba e tra gli alberi, scivola sui larici verdi e sugli abeti impettiti. Poi scende nel terreno e lo impregna, offrendogli un altro modo di vedere la vita. L’autunno quest’anno è stato arido. Qualche gioiello liquido sparso nelle OroVie si è asciugato e ha avuto sguardi tristi per settimane. Ma l’acqua ha continuato a correre. Ci siamo chinati a terra per bere e lavare le mani, bagnare il viso, sentire il freddo raccolto in quel solido scorrere che non fa altro che restare per sempre ciò che è: vita.

Poi la pioggia ha continuato a scendere. E più ne scendeva più ne arrivava, e più ne arrivava più cresceva il segno della sua rotta nel cielo, tra le gocce si è innalzato il vapore di nuvole che si muovono apparentemente senza una direzione tra una goccia di pioggia e l’altra. Come angeli bianchi trasparenti si muove il cielo quando decide di lavare i nostri giorni e il tempo che non passa. La pioggia scende e non c’è più differenza tra giorno e notte, ore e minuti, ricordi e pensieri, desiderio e silenzio.

La pioggia scende e pensi a ogni luogo dove hai camminato quest’anno: non ne hai la certezza eppure sai che lassù la neve fatica a restare a terra mentre altrove, alla stessa quota, probabilmente si è accumulata in maniera stupenda. La pioggia scende, cammini nella tua mente e pensi a ieri, quando nel tramonto grigio hai risalito un bosco selvatico e hai trovato tracce senza una spiegazione e una via per andare a vedere un dirupo segreto dove avresti voluto calarti a scoprire qualcosa che invece hai dovuto lasciare in sospeso.

La pioggia scende e tutto questo è semplicemente un giorno della vita ma la vita, dopo la pioggia, è sempre una vita diversa, perché è una vita che rinasce. Non ce ne accorgiamo ma di questa rinascita credo ce ne sia bisogno. In questa rinascita credo, come nel bisogno.

18 ottobre 2009 – L’OGNILUOGO DI ROBY PIANTONI

Roby Piantoni é caduto a circa 6700 metri di quota scendendo da un tentativo di apertura di una nuova via in stile alpino sul Shisha Pangma giovedì 15 ottobre. Roby era una persona speciale. Ci mancherà (www.robypiantoni.it)

da www.alpmagaz ine.it

(19-10-2009) Roby che ha portato a casa i chiodi di papà Placido

Un saluto di Davide Sapienza

Renzo riceve una telefonata, stiamo salendo alle Foppane, siamo nel grande mondo dominato dalla Presolana a Nord. “Roby Piantoni è morto”. Colere, il suo paese natale, è proprio lì dietro. Sembra strano, forse non è proprio vero che è morto, dico io. Che Roby Piantoni fosse alpinista, guida e tutto il resto conta poco. Lui era Roby – per lui la montagna era l’Essere. Infatti con lui di alpinismo, quando ci si incrociava, non si parlava molto perché non mi veniva da parlar di quello, ma appunto di Essere.

Magari lo trovavi a scendere il canale delle Corzene con gli sci e si guardava la magnificenza della “nostra” Presolana poi ci si salutava. Ci si incontrava in Baitella da Renzo e non si parlava di alpinismo, semplicemente sentivi delle affinità provocate proprio dal fatto che per Roby la montagna era, appunto, Essere.

Salendo al Vigna Vaga, nelle ore seguenti, osservavo lo splendore di zone che lui ha attraversato mille volte e che amava perché Sono. Da lassù si vede la nord della Presolana. Tre anni fa ci avevano girato un bel documentario con l’amico Mau Panseri e Alberto Valtellina. In “Quelli che stanno a nord” Roby rifaceva la via di Livio sulla nord della Presolana. Il suo papà, scomparso sulle Ande nel 1981, l’aveva aperta nel 1978.

Le immagini parlano da sole: sulla faccia del ragazzo di Colere c’é sempre l’espressione da fanciullo con la pelle dura da adulto, lui scalvino purosangue e indomito. Così, come tutti noi sognatori, Roby sognava una nuova via – sempre in stile alpino – lì dove è rimasto per sempre il suo corpo.

Ma sognava anche di rispettare l’espressione del fanciullo che per ventotto anni ha cercato di stare in contatto con il suo papà, Livio, che l’amore per Essere la Montagna, glielo continuava a trasmettere dai loro Mondi Elevati, dove adesso si son ritrovati.

 

22 settembre 2009 – IL LUPO

Tra le tante belle cose accadute durante la lavorazione del documentario “La sapienza di davide. parole in cammino“, la principale é stata quella di scoprire una persona dotata di curiosità immensa e sensibilità fine e discreta: il suo autore e regista, Fabio Calvi. Con Fabio abbiamo lavorato nel cuore di un inverno indimenticabile: erano i mesi prima della nascita di Leonardo, che oggi ha quattro mesi e mezzo di vita e che é la gioia più immensa donata dall’universo alla mia piccola esistenza. Fabio e Bianca – sua moglie – lo hanno coccolato con bellissimi doni prima della nascita e poi dopo.

Un giorno di luglio Fabio mi porta un libro e mi dice, “visto che lo chiami da sempre lupetto, ecco questo libro”. Questo libro si intitola IL LUPO ed é di Joseph Smith. Uscito l’anno scorso, é una novella di 120 pagine. E’ un capolavoro: cosa c’era ancora da scrivere sul “lupo” dopo “Of Wolves and Men” del mio mentore Barry Lopez? Poco, anzi pochissimo eppure Smith – che guarda caso ringrazia proprio Lopez e il suo capolavoro del 1976 (cercatelo, in Italia lo intitolarono “Lupi” e fu edito da Piemme nel 1999) – riesce a fare una cosa straordinaria: come Jack London riuscì a dare una personalità al cane “misto” Buck ne IL RICHIAMO DELLA FORESTA (1903, insuperato capolavoro della wilderness) che torna alle origini, al Lupo, ecco che Smith raccoglie il testimone e “si fa lupo”. Sarebbe un delitto dirvi come si svolge questo libro: e sarebbe un delitto non leggerlo, perché opere di questo genere ne escono talmente di rado che viene il groppo alla gola quando si tratta di chiuderle dopo averne letto l’ultima pagina.

Per inciso. Quest’anno ho scoperto l’opera di Leif Enger, e voglio ringraziare Ambretta Senes della Fazi Editore per avermelo fatto scoprire. Splendido il suo secondo romanzo del 2008 COSI GIOVANE BELLO E CORAGGIOSO ma straordinario, favoloso e tra i grandi romanzi americani di sempre il debutto del 2001, LA PACE COME UN FIUME.

Non sono libri di carta questi. Sono storie che seguono le vene che ospitano la nostra esistenza. Augh.

 

10 settembre 2009 – MIRIAM, LA BAMBINA DELLA GIOIA

Amici dell’Ognidove. Chi di voi venne con me a Rubha Hunish, lesse che quel libro era dedicato a una bambina, Miriam. Allora lei aveva quattro anni. Oggi ne ha quasi nove. Cresceva splendidamente nonostante i problemi procurati dalla sindrome di Down – e in questi cinque anni ha fatto progressi spettacolari grazie ai suoi straordinari genitori, nonni, parenti, amici, medici e Maestre scolastiche.

A maggio son stato con la sua classe sul torrente Borlezza a leggere dei racconti e lei era una delle più attive: le Maestre speciali di Miriam avevano lavorato alla grande, mi son detto. Poi, in quei mesi, una persona assurda che un’altra persona assurda ha eletto Ministro dell’Istruzione ha deciso che le bambine e i bambini come Miriam non hanno il diritto – sancito dalla costituzione italiana – di essere come tutti gli altri. Che i loro problemi sono affari loro: e hanno tolto gli insegnanti di sostegno. La notizia definitiva é di due giorni fa e io qui voglio che tutti leggiate la lettera che lei e il suo papà hanno scritto al mondo.

Miriam é il simbolo della barbarie in cui é caduto il paese Italia da quando siamo governati da una banda di speculatori e ignoranti.

Sovere, 9 settembre 2009

…Mi chiamo MIRIAM sono una bambina di otto anni anzi quasi nove, ho un fratello più grande di me ed una sorellina piccola che con la mamma ed il papà sono la mia famiglia.Non avrei mai pensato di trovarmi un giorno “cosi presto” a dover scrivere queste parole, credevo che una bambina della mia età avesse tutto il DIRITTO di avere quello che ogni bambino di otto anni quasi nove ha: il diritto alla famiglia, diritto al gioco, diritto alla salute, DIRITTO ALL’ISTRUZIONE…,DIRITTI non sempre riconosciuti…

Per me tutto è cambiato da quel giovedì di maggio dell’anno duemila, quando nella mia sedicesima settimana di vita nel grembo della mamma in una visita di routine hanno “scoperto” che il mio cuoricino aveva delle difficoltà, ma non solo: probabilmente avevo pure una qualche sindrome, la più probabile, quella di “down”.E cosi è stato, dopo ulteriori accertamenti la “sentenza” fu emessa… la bambina è affetta da cardiopatia e sindrome di Down…la mia nuova vita è da quel giorno che ha avuto inizio, si perché fino al giorno prima IO MIRIAM ERO TUTELATA ALLA VITACOME OGNI ALTRO BAMBINO CHE VIVE IN UNA SOCIETA’ CIVILE, ma le mie patologie mi hanno scaraventata FUORI DAL CERCHIO DEGLI AVENTI DIRITTO ALLA VITA.

Ai miei genitori quel giorno è stato chiesto “COSA NE FACCIAMO DI QUESTA BAMBINA?

LA TENETE O NONLA TENETE? “…ed è in quel preciso momento che ho conosciuto il significato di parole come: PAURA, BUIO, FREDDO, SOLITUDINE, ABBANDONO, DIVERSITA’… le ho vissute sulla mia pelle in quegli interminabili secondi in cui i miei genitori si sono guardati sbigottiti e impreparati a tale domanda e quello che fino al giorno prima sarebbe stato chiamato “infanticidio” adesso era invece “libera scelta” SOLO PERCHE’ SECONDO I CANONI DI QUESTA SOCIETA’ IO SONO DIVERSA…

Si, avete capito bene: faccio parte di quelli chiamati “disabili” o “diversamente abili” e mi chiedo sempre dove sia questo confine che ci divide, mi chiedo chi è abile – chi usa violenza, chi sfrutta, chi stupra, chi abusa di minori, chi spaccia, chi ruba, chi non fa il proprio dovere a scapito della vita altrui ?Sono questi i “normalmente abili???”…Anche a questi date la “pena di morte” come a noi!!!???Io personalmente chiamerei tutti UGUALMENTE DIVERSI. Ho vissuto l’esperienza della vita ancor prima di nascere, ed è sempre in quel giorno che ho toccato con mano il calore umano di parole come AMORE, ACCOGLIENZA, FIDUCIA e SPERANZA, da quel giorno la mia vita è un traguardo continuo: già, perché oltre a dover superare le mie difficoltà, spesso ci si mette pure il mondo dei grandi a crearne altre, come quando ti negano un tuo DIRITTO. Ma non saranno loro a mettermi paura, sono abituata a lottare, è la prima cosa che ho dovuto fare per sopravvivere, al mio terzo intervento al cuore i medici dissero ai miei genitori che avevo il 50% di possibilità di farcela e mentre il mio corpicino mi abbandonava le ali del mio SPIRITO mi sostenevano, ed è cosi che la mia voglia di vivere con la bravura dei medici mi hanno fatto questo immenso dono, che è la VITA: Allora io avevo poco meno di un anno, ero piccola ma anche abbastanza grande per conoscere il sapore della GRATITUDINE, la prima parola pronunciata dalla mia bocca prima ancora di mamma e papà è stata “AZIE” – quella che voi dite, “GRAZIE”. Nella mia presentazione ho voluto allegare anche una mia foto, non per presunzione o protagonismo, ma perché dietro ad ogni parola e dentro ad ogni storia c’è un volto uno sguardo due occhi ed un cuore che pulsa.Tutto ciò per dire che quest’anno frequenterò la terza elementare, sarò in classe con tutti i miei compagni e le mie maestre, io poi ne ho due un po’ speciali che gli altri bambini non hanno, a causa della mia sindrome sono un po’ più lenta nel fare le cose: perciò ho bisogno di essere aiutata, anche perché mi stanco sempre prima degli altri e a volte sono un po’ lazzarona, allora la mia maestra speciale mi accompagna in questo percorso scolastico cosi che io possa FARE TUTTO CON I MIEI COMPAGNI E COME I MIEI COMPAGNI. Quest’anno però c’è un PROBLEMA a causa della “RIFORMA GELMINI” la COMPRESENZA nella mia classe è SPARITA, ed io su 29 ore di scuola ne ho ben 8 senza la mia maestra!

La Dott.ssa Neuropsichiatria ne ha chieste almeno 5 per integrare la mancata compresenza, ma la risposta è stata NO NON E’ POSSIBILE NON CI SONO PIU’ INSEGNANTI!!!

Il funzionario della nostra Comunità Montana che dà l’ok per le ore dell’assistente, in modo molto sgarbato e assai maleducato ha detto: “ZITTI, che siete già fortunati ad avere quello che avete”Il Provveditorato in modo più gentile dice che semplicemente gli insegnanti sono FINITI – per quest’anno va cosi!!! Io mi sono detta no non può essere vero tutto ciò, siamo una società civile e democratica, siamo nel paese che ha appena ospitato il G8, siamo nella regione che ospiterà l’Expo del 2015, siamo nei paesi dell’entroterra della “Bergamo bene” e incredula penso: è come chiamare il 112 per una rapina e ti rispondono che i Carabinieri sono finiti; il 115 per un incendio e ti dicono che forse i vigili del fuoco arriveranno l’anno prossimo: o peggio, andare all’ospedale con due gambe rotte e te ne ingessano solo una, per poi sentirti dire che sei pure fortunata.EH NO IO NON MI SENTO FORTUNATA PERCHE’ MI DANNO IL MENO PEGGIO.IO NON STO CHIEDENDO UN FAVORE: IO ESIGO IL MIO DIRITTO ALL’ISTRUZIONE, NON VOGLIO ALTRO. E’ SANCITO DALLA COSTITUZIONE ITALIANA. La cosa più buffa è che i miei genitori si sono offerti di coprire le spese per le ore mancanti e si sono sentiti rispondere che per legge non è possibile!Io a voi chiedo – ma la legge chi tutela?Perché per legge è possibile andare fuori legge e contro la Costituzione? Questi per me sono gli anni cruciali, dove con l’aiuto delle persone a me vicine sto costruendo la mia AUTONOMIA per il domani, NON POSSO PERDERE TEMPO, DEVO FARLO ORA QUI E ADESSO, ho difficoltà nel linguaggio, ed è in questi anni della scuola primaria che devo compiere il salto di qualità, da sola non riesco e ho bisognodi essere sostenuta. Sapete, domani sarà troppo tardi.

E’ per questi motivi che ardentemente INVITO VOI MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE E VOI RAPPRESENTANTI DEL PROVVEDITORATO QUI NELLA MIA SCUOLA A SOVERE, VENITE A TOCCARE CON MANO

LA REALTA’ DI TUTTI I GIORNI, COSI DA CONOSCERE PURE LO STATO DELLE NOSTRE SCUOLE DALLE STRUTTURE ALL’ORGANIZZAZIONE.

MA IN PARTICOLARE VORREI CHE PER UN MOMENTO VI ADDENTRASTE NEL MONDO DELLA SCUOLA DALLA PORTA DEL “SOSTEGNO”, CIOE’ DALL’ULTIMA PORTA, PER RESPIRARE L’ARIA DI CHI OGNI GIORNO NON HA LE RISORSE PER ADEGUARE IL LAVORO AL BISOGNO. IO MIRIAM NON CHIEDO DI STARE A SCUOLA, PER QUELLO RIESCO DA SOLA; IO CHIEDO DI STARE NELLA SCUOLA, NELLA SUA PROGRAMMAZIONE E NEL SUO EVOLVERSI DI ANNO IN ANNO NON POSSO ASPETTARE IO MIRIAM, COME TUTTI QUELLI UGUALI A ME HO IL DIRITTO DI POTER ESPRIMERE TUTTO QUELLO CHE HO DENTRO PERCHE’ E’ TUTTO QUELLO CHE HO.E SAPETE UNA COSA?  DEVO FARLO ADESSO ORA QUI IN QUESTO MOMENTO IN QUESTO ANNO SCOLASTICO.Miriam Carrara

3 settembre 2009 – LA FLATHEAD VALLEY – CHE OGNIDOVE …

E’ stato l’Ognidove per eccellenzza del 2008. Finalmente due articoli, uno breve su SPECCHIO di agosto lo trovate qui, il racconto lungo invece su GQ Conde Nast, è qui.

3 agosto 2009 – PENSIERI E PAROLE SUL COLLE SAN ZENO

Sabato 1 agosto abbiamo percorso il sentiero che sale da Pezzaze in Val Trompia, sino al Colle San Zeno. Dai 650 metri del paese, ai 1420 del Colle, disteso sotto la lunga parete nord del Golem, circondato da avvallamenti e montagne verdi e infinite sino in fondo allo sguardo. Ho pensato che era l’Ognidove più impegnativo, fisicamente, dopo quello al Monte Grappa, nel marzo del 2008. Eppure non sono mancate le persone che questo lungo cammino hanno voluto condividerlo – incluso Roberto Ghidoni, ospite graditissimo e speciale, oltre a Mauro Abati di Versanti, le amiche Graziella Pedretti della Comunità Montana Val Trompia e Stefania Ghisla della compagnia teatrale TrEATRO, che la sera precedente, nel bellissimo borgo del Maglio a Ome era stata protagonista dello spettacolo affascinante e memorabile “Segnali dalle terre di confine”.

Ho camminato pensando anche che la sera avrei incontrato nuovamente Giovanni Lindo Ferretti, e visto per la prima volta la sua reading – assieme al violinista Ezio Bonicelli – “Bella gente d’Appennino”. Ho camminato pensando che tutto cambia e che nello zaino portavo la mia copia de “La valle di Ognidove”, un libro che sta per compiere due anni dalla sua uscita (ma quattro dal suo concepimento, tre dal suo completamento) ancora una volta lungo passi nuovi in luoghi che “capitano” nella tua vita inattesi, come é accaduto a me facendo la direzione artistica assieme a Franco Ghigini e Graziella Pedretti di questo Val Trompia Music Art 2009, “Paesaggio, racconta!”.

Lassù ci attendevano altre persone: venute per assistere alla proiezione di un’altra delle tappe magiche che son toccate a “La valle di Ognidove”, cioé il documentario della RSI, la tv svizzera italiana, “La sapienza di Davide. Parole in cammino”. Proiezione presentata dall’autore e regista del film, colui che é ormai diventato un amico, Fabio Calvi. E’ stata dunque ancora una giornata costellata di momenti intensi e speciali: l’accoglienza del rifugio Piardi (www.rifugiopiardi.com) e la voglia di condividere delle persone che hanno percorso per tre ore il lungo e tortuoso sentiero che ci ha condotto lassù, nel primo giorno di agosto dell’anno duemilanove, sono stati un regalo bello e come sempre prezioso, che entra nel magico scrigno dell’Ognidove di cui ogni persona che ha la voglia di “esplorare” ha le chiavi, ognigiorno e ognisempre.

Cosa accadrà ora? Un anno fa chiudevamo “La stagione di Ognidove” a Torino, io e Francesco Garolfi. Forse, questo Ognidove potrebbe essere l’ultimo, prima di una nuova serie di camminante letterarie. Oppure, forse no: ci sarà un appuntamento a Calolziocorte (Lecco) per l’edizione 2009 di IMMAGIMONDO, “I viaggi dell’anima”. Stiamo definendo cosa faremo, di certo un pò di Ognidove verrà portato anche lì. In che forma, lo scoprirete seguendo CasaMadre.

Intanto, se volete, se lo ritenete opportuno: scrivete. Parlatemi del vostro Ognidove. E di dove sta, oggi.

30 luglio 2009 – L’OGNIDOVE NEL MONTE

Vi aspettiamo sabato 1 agosto a PEZZAZE (Bs): un OGNIDOVE bello e impegnativo, due ore e mezza di trekking sino al Colle San Zeno. Clicca Val Trompia MusicArt e scopri tutto quanto su questa giornata che fa parte della rassegna “Paesaggio, racconta!” – oppure www.davidesapienza.net

10 luglio 2009 – SONO IL SIGNOR LOCI E …

…questa sera sarà tutto diverso. Così é stato, ieri sera al Centro Culturale Candiani di Mestre, nell’ambito del Candiani Summer Fest, per una nuova tappa del piccolo spettacolo viaggiante Garolfi-Sapienza, “Il signor Loci, Presumo? (l’ultimo esploratore)” che é poi il passo dopo l’Ognidove – o forse quello prima, ma da queste parti come sapete, il Tempo é un concetto che viene sbriciolato dallo Spazio.

Una serata davvero speciale, nella quale con Francesco abbiamo deciso di far vedere davanti alle quinte, il dietro le quinte. E così il fuori scena iniziale ha spaesato e poi conquistato un’attenzione speciale da parte del pubblico – che ci ha regalato forti emozioni sino alla fine, e poi sino a dopo la fine, ancora per molte parole e tanta musica.

Il prossimo Loci lo cercheremo nell’Ognidove del Val Trompia MusicArt, in particolare l’1 agosto alle ore 9, appuntamento a Pezzaze (Brescia) per una risalita molto bella sino al Colle di San Zeno al rifugio Piardi a 1420 metri di quota. Toh, quest’anno l’edizione del VTMA si intitola, “Paesaggio, Racconta!”. Si, certo, avete presunto giusto: Il Signor Loci passa anche da lì.

2 luglio 2009 – VAL CAVALLINA – VAL TROMPIA – COLLE SAN ZENO

Quest’estate un Ognidove speciale mi aspetta: la lunga risalita dall’abitato di Pezzaze in Val Trompia – paese immerso tra boschi e alture, e il Colle San Zero a 1420 metri, luogo dove ho spesso calpestato la neve e la strada con la bicicletta provenendo dalla Val Palot o da Passabocche, sopra il lago d’Iseo e Pisogne.

L’1 agosto alle 9 partirà un Ognidove legato a VTMA, Val Trompia MusicArt 2009, dove son stato invitato anche a seguire la direzione artistica insieme all’etnologo Franco Ghigini, – ormai un amico di passioni artistiche e paesagistiche dopo questi mesi di lavoro a stretto contatto – coordinati da Graziella Pedretti della Comunità Montana Val Trompia – che alla faccia di Brunetta é un ente pubblico e lavora eccome.

Sarà l’Ognidove Nel Monte, che vedrà la presenza di tutti coloro che decideranno di voler investire tempo e fatica, quel sabato mattina: già perché la salita sarà lunga, oltre 800 i metri di dislivello, partenza bassa a 600 metri circa, per un percorso selvaggio che si snoda tra boschi affascinanti lungo quelli che una volta erano i percorsi degli abitanti della valle che quì portavano il carbone, la legna, usavano la montagna e la sua acqua per vivere. Un vero ambiente da Signore degli Anelli, che abbiamo perlustrato assieme a Mauro Abati, etnologo anch’egli, fondatore di Versanti, associazione culturale dedita all’escursionismo, Franco, il “Bruk” e ospite gradito e inatteso, Roberto Ghidoni, il lupo dell’Alaska che ha corso e vinto l’Iditaroad più volte ma che nel cammino non racconta mai la performance, ma l’Essere e le motivazioni profonde.

Sono stati tanti, e molto belli tutti gli Ognidove, da quell’1 settembre 2007 con La Baitella Songavazzo (scorri giù giù e ripercorrili tutti se vuoi). Pochi quelli fisicamente impegnativi: il Monte Grappa, Schilpario e poco altro ma questo ha qualcosa di nuovo e di diverso e saremo felici l’1 agosto di condividerlo con voi. Senza dimenticare che quella sera, a Sarezzo, ci sarà la reading di Giovanni Lindo Ferretti. Il programma lo trovate sul sito di VTMA, il titolo di quei dieci giorni saranno, “Paesaggio, Racconta!” – saranno storie diverse e tutte molto uniche. Di cui potrete fare parte anche voi. Vi aspettiamo.

28 giugno 2009 – LAGO SPIGOREL

Il lago Spigorel si trova a 1800 metri di quota. Sta incastonato tra il Monte Vigna Vaga, il Pizzo di Petto e la Val Sedornia, oltre si trova la grande conca delle Foppane: saliti al passod egli Omini, potete discendere verso il Moschel e la Valzurio. E’ il mondo intorno e nelle vene della Presolana. In esso scorrono energie e una wilderness speciale. Tecnicamente é un SIC, sito di importanza comunitaria, che il WWF ha inserito come SIC Presolana – Val Sedornia – Valzurio. Tre anni fa in Val Sedornia é avvenuto uno stupro, passato sotto silenzio: “la pista del sole”, un intervento ridicolo, se non fosse tragico, un primo passo per realizzare un inutile e improbabile comprensorio sciistico fatto principalmente da nuovi impianti “di collegamento”, neppure di piste nuove di un certo pregio sciistico. E la voce dei potenti tuona ogni giorno che “s’ha da fare” poiché “aiuta l’economia montana in crisi”. Come, però, non ce lo hanno mai spiegato: tutta la querelle é riportata su www.orobievive.net

Ebbene ieri siamo partiti alla spicciolata e poi al lago Spigorel si è svolto un concerto con quattro giovani allievi dell’istituto Donizzetti di Bergamo, preceduti dall’emozionante lettura del prof Federici del FAB di Bergamo e intervallati dalla lettura del sottoscritto dell’inedito “Un meraviglioso dono”.

Era da anni che non salivo allo Spigorel. Questo anche se di recente ero stato in zona Vigna Vaga e in inverno con gli sci ci avevo girato attorno (sci alpinismo, ovviamente). Durante la lettura un gipeto ha sorvolato il lago, preannunciato dall’allarme lanciato da una marmotta. Le escursioni in montagna in giugno hanno la preziosa peculiarità di donarci visioni straordinarie: e quest’anno, dopo un inverno e una primavera ricchi di precipitazioni, le fioriture sono veramente incredibili, pare di essere su un altro pianeta.

Ebbene, questo é il pianeta che l’arroganza, figlia dell’ignoranza e dell’aviditià, vorrebbe distruggere: l’arroganza di progetti che non sono progetti, facilmente smascherabili con le analisti fatte da geologi, botanici, biologi, economisti, tecnici e gente comune. Ma il potere, in Lombardia, é un potere nero e oscuro, un abisso e una voragine che si nutre di cemento e denaro, potere e sopraffazione.

Prendetevi due giorni e venite qui da noi nelle Orobie, andate a Spigorel, giratevi questo mondo meraviglioso. Sarà la terra a parlarvi, come ha fatto con noi ieri: una terra stanca di ospitare molte specie intelligenti, e una sempre più inquinata da spermatozoi allo sbaraglio, la specie umana. La rivoluzione parte anche da qui.

15 maggio 2009 – LA PERLA

Nella notte il vento montante da nord. Falecchio nel buio. L’acqua che non vedi, che non ti bagna. MA che c’é. E’ stato così da quella notte del 22 novembre. Alle 2, la neve forte e decisa, dolce e madre. Oggi é maggio. La primavera splende come una perla ripescata dall’oceano del grande mistero.

E tu sei emerso dalle tenebre per darci un viaggio di luce. Oggi nasce un papà, oggi nasce una mamma. Oggi Lupetto, sei arrivato all’Ognidove con tutti noi. Buon viaggio. Per l’Amore e per la Vita.

28 aprile 2009 – FRI FLYT – LIBERO FLUTTUA

“Artico Oggi” era il tema della giornata curata a Trento Festival ieri, 27 aprile. Culminata con la presentazione soldout del film Before Tomorrow, tratto dal libro di Jorn Riel Prima di Domani, la lunga giornata dedicata alla frontiera del ventunesimo secolo ha visto il ritorno del duo Garolfi-Sapienza con Il Signor Loci, Presumo? (l’ultimo esploratore) dove ha debuttato il racconto inedito “Fri Flyt – Libero Fluttua” nato un anno fa nel Troms, nell’artico norvegese, durante la “spedizione” invernale scialpinistica-marina, della quale trovate su Traveller Condenast un reportage.

L’ambientazione é stata straordinaria: l’antica strada romana sotterranea, sotto piazza Cesare Battisti: il battito della terra e del genius loci che si faceva vedere danzante nella semioscurità, accanto alle persone intervenute ad ascoltarci.

Sull’esperienza trentina, con alcuni estratti dall’inedito, potete vedere questo tre minuti sulla Web Tv. Alla prossima.

4 aprile 2009 – LE STRADE DELLE PAROLE.

Se da tempo Il Corriere é diventato più sporadico non é perché non ci siano “notize”, ma solo perché…si crea, si vive e si attende. Ma ci sono incontri “sulla strada delle parole” – e rubo questa frase a una bella iniziativa nata per valorizzare il lavoro di giovani scrittori e della loro idea di viaggio in luoghi meno battuti: andate a visitare LE STRADE DELLE PAROLE, un sito molto bello, al quale si può partecipare nella sezione del blog.

Andate e raccontate il vostro OgniDove.

1 marzo 2009 – OGNINEVE DI VALZURIO. CON OMBRA, IL CANE.

L’invito di Serianambiente e Legambiente era troppo bello: escursione nella neve con un OgniDove, subito ribattezzato OgniNeve. Dove? Valzurio. Chi ha letto “I Diari di Rubha Hunish” sa bene cosa é per me Valzurio. Chi ha letto “Zurio, Il Gigante della Presolana” (si trova qui sotto Giò – La Stampa) lo sa anche meglio. All’inizio dell’ultimo decennio del ventesimo secolo, quando venni quì a vivere, in un giorno di marzo guidai vagabondando in piccole contrade che non conoscevo della Valle Seriana. Il cartello “Nasolino Valzurio” era così bello che decisi di seguirlo, e dopo aver scollinato presi una strettissima strada a strapiombo sul laghetto di Valzurio e mi ritrovai in questa contrada del comune di Oltresenda Alta. Un luogo di bellezza e pulsare davvero rari. Un luogo di vita. Un luogo di montagna. Un Ognidove vero. Da allora, Valzurio e i prati del Moschel a 1300 metri, cinque chilometri più in alto, son sempre stati qualcosa di particolarmente speciale.

Così, questa escursione.

 

Stiamo lottando, riuniti in OrobieVive, per fermare un “progetto” che progetto non é. Un “progetto” che é solo l’ennesimo tentativo di privare la gente di montagna di risorse facendogli credere di crearle. Ieri, la giornata in Sala Legrenzi al Museo Arte Tempo di Clusone ha chiaramente, ancora una volta, smascherato una cultura sprezzante – dove nel 2009 un prete si presta a giochi ridicoli e benedice un’inutile seggiovia a Spiazzi di Gromo, come quando benedivano i cannoni, per convincere la gente di montagna che “porterà lavoro”. Noi il “lavoro” lo intendiamo in maniera diversa e lo stiamo raccontando, studiando, progettando. Seguiteci, e capirete.

 

Ma torniamo a Valzurio.

La mattinata si é aperta con un incontro speciale, Ombra, il cane di Angelo (che mi ha regalato una definizione delle cose che ho letto – “raccontesie”. Non lo dimenticherò.) Non dimenticherò quando Ombra, durante la lettura del paragrafo dedicato a Dak nella fiaba di Zurio (Dak é il lupo del protagonista) si é fermato e ha rivolto la sua attenzione al sottoscritto in lettura… Eravamo al Moschel, uno dei luoghi da dove trae origine un cammino intrapreso quasi ventanni fa. Un luogo per il quale, già dieci anni fa lottammo nel comitato di difesa di Valzurio: ma i rapaci, son sempre pronti all’attacco e ora é arrivato il tempo di liberarsene con decisione in quest’epoca demenziale.

 

Qui sotto, potete leggere cosa scrissi esattamente un mese fa, dopo una gita nella neve, all’indomani di un’ennesima, stupenda grande nevicata. Oggi, lungo i cinque chilometri di salita, abbiamo condiviso i silenzi che scandivano le “raccontesie” prese dai libri. Abbiamo condiviso il ritorno alla cooperativa “La goccia”. Qui, abbiamo condiviso emozioni semplici e profonde. QUi ci siamo fatti sorprendere da uno dei quaranta abitanti della contrada, quell’Angelo Baronchelli che dieci anni fa mi fece sussultare quando si alzò, in una sera di gennaio, a Rovetta, per rifiutare sdegnato l’offerta di vendere l’anima della valle dove lui é boscaiolo, nonché giardiniere dell’ospedale di Piario. Lui ci ha accolto nella piccola chiesa e ci ha suonato l’organo, questo maestoso strumento di potenza profonda.

Sono queste le situazioni che dovrebbe rappresentare il vero futuro della vita in montagna, il vero motore da far funzionare con un sostegno economico che la città – pronta a spendere 15 mld di euro per l’Expò e fare cose per le quali le ricadute più grosse andranno a grossi imprenditori privati – nega ripetutamente, anche quando é provincia montana. La montagna dalla quale prende l’acqua, l’aria (ri)pulita, il silenzio, la città che viene e rapisce giorno dopo giorno identità senza scrupoli perché, spesso lo fa con non-coscienza mentre chi “amministra” preferisce ovviamente applicare le precise e spietate regole da far west instauratesi nel paese da oltre un decennio.

Ma La Goccia buca La Roccia, dice un vecchio adagio. Come (Un) Ombra che sa stare con te, con noi – e guidarti verso la Luce. Questo é precisamente quello che con i nostri occhi intrisi di poesia, come oggi, vogliamo trasmettere alle nostre menti intrise di lucidità davanti al nemico di qualsiasi cosa legata alla montagna, alla cultura, al futuro – in definitiva, alla Vita.

14 febbraio 2009 – QUASI IN CIELO. IN LADAKH.

Asche, il mio amico con il quale abbiamo realizzato TREMILACHILOMETRI A MANO a dicembre, mi ha regalato un libro veramente speciale. Si intitola QUASI IN CIELO – Viaggio In Ladakh. Lo ha realizzato Davide Verderio. E’ un libro di fotografie e brevi sprazzi di racconti discreti e riflessioni lucide, emozionanti, profonde.

Oggi, leggendolo d’un fiato, pensavo a quanti sono i libri interessanti fuori dal circuito classico. A come – fortunatamente – molte persone dotate di grande talento come Verderio riescano ad aggirare le lunghe e tortuose strade dell’editoria classica e a offrire un “prodotto” di questo livello.

Sono tante le cose da dire su questo libro. Ad esempio, che é come una sorta di linea della preghiera della nostra anima ferita – nostra di occidentali. Di una ferita che solo gli occhi sensibili come quelli di Verderio possono vedere. Perché il Ladakh, nel cuore del Tibet, “altopiano grande come l’Irlanda” é un’altro di quei luoghi dove da mezzo secolo si consuma un’altro genocidio – dopo quelli del Nord e del Sud America degli ultimi due secoli.

Ma sono certo che Davide Verderio, dicendoci con le sue parole anche questo, ci ha in realtà donato un lasciapassare per cose che vanno al di là di tutto ciò. Per questo, lo ringrazio. E ringrazio Asche, mio caro e fraterno amico, per avermelo fatto conoscere.

INFO SUL LIBRO: Per averlo, poiché viene stampato a piccole tirature, molto curate nella qualità, dovete scrivere a Davide Verderio: d.verderio@gmail.com

23 gennaio 2009Moschel, l’Ognidove per Lupetto

Credo che Dario A. abbia in qualche modo preso un pò del mio virus – e così ieri mattina al volo ci siamo detti, “dai, andiamo a esplorare il Moschel, facciamo un’escursione senza meta.” Si sa, la meta é il non averla, se vivi nell’Ognidove. E così siamo andati.

 

In questo meraviglioso inverno, durante il quale ancora nascono nuove anime, spiriti in fermento, corpi che vogliono riportare la terra al suo sacro posto nella nostra vita, non é difficile cercare l’Ognidove. Pulsa ovunque, ci attende, ci chiede solo un piccolo sforzo fisico. Gli sci, le pelli, il rumore regolare dei passi in salita e poi, sei in cielo.

 

Mesi fa, in maggio, avevo scritto di questo luogo e avevo messo una foto di fine primavera, era il 27 e quel giorno nacque Coccinella, la nostra splendida nipotina Matilde che cresce sana e piena di gioia con William, Ambrita e Marco. Poi, ci sarà Lupetto. Oggi il Moschel é come uno Yukon, un Alaska, come quello che é: un angolo di Orobie davvero straordinario. La Valzurio, che mi ha ispirato Zurio: il gigante della Presolana, é sempre lì, nel suo tempo eterno fatto di una sostanza che noi possiamo solo brevemente cogliere.

 

Dario ieri diceva che temeva di non riconoscere la gioia, a volte. Io sapevo che non era vero. E quando si é girato, per guardarmi sorridente, l’ho visto salire in cielo con i suoi passi leggeri e ritmati, per condividere con un amico un altro sorso di Bellezza.

 

25 dicembre 2008 – Colle Presolana – ricordi di fine autunno

Vi siete mai scritti un sms, per ricordare?

Ho salutato l’autunno dal Colle Presolana poco fà. Eravamo solo noi e il bianco silenzio e le immense distese di possibilità di questa vita…E’ stato meraviglioso. Non potrei mai stare senza neve…

 

21 dicembre 2008.

Solstizio d’Inverno. Nel 2008, anno bisestile é arrivato il 21 dicembre. Un autunno straordinariamente unico mi ha regalato sensazioni emozioni e doni che cambieranno per sempre la mia esistenza. Oggi lassù ho sentito la forza magica che tante volte mi ha dato incredibili iniezioni di vita, poiché nulla e nessuna difficoltà possono fermare il tuo incedere nella traccia che faticosamente ti prepari passo dopo passo. Vorrei che tanti altri lo capissero. Vorrei che tanti altri lo condividessero. Tracce di lepre, tracce di scoiattolo, tracce misteriose. Tracce di Nuova Vita, nelle tane i cuccioli stanno crescendo e a primavera verranno a vedere la luce.

17 dicembre 2008 – Tra I Neri Fusti – L’Ognidove di Omar Epis

Sono particolarmente felice di parlarvi del primo “ognidove” di un caro amico e complice di imprese letterarie. Omar Epis. Omar é la persona con la quale abbiamo realizzato molte belle iniziative grazie alla disponibilità della Biblioteca e del Comune di Rovetta, il piccolo centro orobico confinante con l’ancor più piccolo paese dove vivo dal 1990, Songavazzo.

E’ un libro di poesie delicate, profonde ma anche capaci di evitare cervellotiche e inutili circonvoluzioni intelletuali – le parole con un cuore di un giovane uomo che di cuore e di pancia vive la propria vita tra i libri e la montagna dove é nato.

TRA I NERI FUSTI é stato pubblicato da L’Autore Libri di Firenze

 

(www.firenzelibri.com) e comunque se non riuscite a farvelo procurare dal vostro libraio, scrivete direttamente a Omar Epis: omarepis@yahoo.it

Noi ci risentiamo presto per una sorpresa Ognidove …

1 dicembre 2008 - ANCORA OGNIDOVE

Questo Ognidove di cui tanto abbiamo parlato é la mia nuova wilderness. E ancora se ne parla, perché di ogni cosa nuova si parla sempre con una certa discrezione e magari comprendendone la profondità e il senso di novità: così almeno la pensa l’amico scrittore Raul Montanari, che su Psychologies di dicembre pubblica una recensione davvero lusinghiera ma soprattutto capace di cogliere nel profondo il senso di questo libro.

Leggi e dimmi cosa ne pensi.

27 ottobre 2008 – Quale Ognidove?

Dunque ci siamo detti che “La stagione di Ognidove” era terminata. Dopo un mese e mezzo ricordo ancora la serata di Torino come qualcosa da assaporare molto a lungo, senza rovinarne il sapore accavallando alla sua lunga sagoma distesa su questo presente troppe cose. In mezzo c’é stato un lungo lungo viaggio in Canada. Prima nel Quebéc nell’area del lago St Jean, da Alma al 51° parallelo sulla foresta boreale; poi in British Columbia, prima tra Vancouver e Prince George verso nord, immersi ancora nei boschi e nelle infinite foreste.

Ma il “viaggio” é ripartito da Vancouver, da Hope per la precisione, quando Andrea e Cristina mi hanno raggiunto e ci siamo inoltrati lungo la linea di confine del sud del B.C. costeggiando Washington, Idaho e Montana, ma sempre in Canada – attraverso vallate, parchi nazionali, boschi, foreste, vallate agricole, wine country e lunghe giornate di estate indiana fatte di stupore e silenzio. E tante emozioni congelate nel tempo, raccolte come frutti da riportare a casa intatti, seminare e lasciare che facessero il proprio corso.

Ci siamo stabiliti a Fernie, a mille metri di quota. Da una finestra potevamo vedere ogni giorni The Three Sisters, Mount Fernie e Mount Proctor. Intorno a noi il primo freddo d’autunno corredato da un calore di cielo durante il giorno e infine, ci siamo diretti nel folto delle grandi foreste incastonate nell’angolino più a sud del B.C. che porta al confine con il Montana, USA. La Flathead Valley. Una valle tra mille e mille valli del Canada, che io percepisco sempre come un continente più che una “nazione”.

Una valle che aveva attratto la mia attenzione da alcuni mesi e che porta nel suo grembo centinaia di animali – i grandi animali, quelli che stanno nascosti e distanti dall’unica strada sterrata, un’arteria creata nei decenni dall’attività del taglio del legno – un’attività che negli ultimi anni ha preso una direzione più regolata e consapevole, in un continente dove anche un cieco potrebbe vedere che il legno, gli alberi, tutto ciò, é la manna più abbondante data all’uomo e agli animali per abitare questo splendore.

Nel folto non ci si inoltra: l’abbraccio tra abeti, betulle e ogni altra specie tipica di quelle aree é incredibile. La wilderness ce l’hai sotto i piedi, basta scendere dal fuoristrada lungo la solitaria logging road e guardare come si dispongono “le cose della natura” intorno a te. Si dispongono come in natura.

E allora pensi, pensi a come l’idea di natura, boschi e montagne che abbiamo noi sia più simile a quella di un giardino. Una volta, molto tempo fa, tutto questo da noi significava sostentamento e vita: non era un giardino, era un terreno, che per amore o per forza, l’uomo doveva saper utilizzare al meglio. Ancora oggi le tracce di quei giorni appaiono straordinarie, commoventi, un modello quasi inimitabile. Oggi siamo in preda alla più grande crisi di identità dall’inizio della nostra antica storia di europei: come vivere, come usare il territorio, come rispettare il territorio? Difficile vedere una soluzione a breve termine.

In Nord America per un secolo – soprattutto negli Stati Uniti – si usava dissennatamente il territorio e poi lo si lasciava alle spalle, si andava avanti, da un’altra parte. Leggete tutto questo in The Valley of The Moon di Jack London. Lo spiegava bene nel 1914, riflettendo il suo lavoro per il Beauty Ranch a Glen Ellen: sapere utilizzare poca terra e ottenerne il massimo rigenerandola. In Canada é andata diversamente perché su gran parte del territorio la presenza della foresta e poi della tundra e quindi dei ghiacci ha un ruolo di primo piano – anche oggi – nella mentalità delle persone.

Tuttavia… questo non significa che non ci si pongano delle problematiche, tutte assieme ormai raccolte sotto lo stendardo del futuro verde (e ovviamente, nell’Artico, bianco!). Ma ho provato a immaginare un’Italia dove, tolte le autostrade e le superstrade e le vie delle città e dei paesi, ogni altra via di comunicazione terrestre sia sterrata. In Canada é così e questo lascia nella tua mente la traccia precisa: “tu qui sei un visitatore”. E queste strade, utilissime e meravigliose, esistono grazie all’industria del legname. Ecco, servirebbe sempre un pò di attenzione prima di giudicare da ottomila chilometri di distanza culture e società che in realtà non si conoscono: figuriamoci, in questo periodo di nuovo l’unione dei comuni di montagna in Italia – siamo in duemila comuni di montagna -ha sollevato il grave problema del rapporto con la città.

Grave perché l’attitudine é la stessa. L’acqua cade dal cielo e si posa nei tanti laghi artificiali dell’Adamello e dell’Alta Valle Seriana: i miei luoghi del cuore. Quest’acqua se ne va poi quasi tutta a servire le metropoli e le città, i campi della pianura, le industrie a valle. Eppure noi l’acqua la paghiamo ma non la possiamo gestire. E’ la stessa cosa, quando parlano di noi, che viviamo in montagna, non sanno quasi niente e quello che sono sconfina quasi sempre nel folklore. No, non va bene. E’ tempo di far capire che qui, nelle Terre Alte, non siamo per niente contenti. Per niente. E che prima di venire qui a utilizzare la terra come una poltrona per riposare o per divertirsi, sarebbe utile pensare esattamente cosa significa l’impatto di massa su un sistema tanto meraviglioso ma tanto delicato.

Questo é l’Ognidove: ho scelto di voltare le spalle all’urbe e sono ormai due decenni. Non mi sono mai pentito né guardato indietro. Dopo tanta vita qui, sto cominciando a capire cose che si capiscono solo vivendole. Le Terre Alte non sono contente, e questo sarà uno dei grandi temi del futuro.

 

Terminata a sud la via della Flathead Valley, pensando al fatto che raramente un europeo moderno ci ha messo piede, dietro un’ansa del fiume, abbiamo raggiunto a piedi il confine con il Montana. La dogana, la piccola dogana di campagna non esisteva più – da almeno quindici anni. Non lo sapevano neppure gli abitanti di questa zona del Kootenay. E’ stata una sensazione meravigliosa: ho guardato avanti, sotto un cielo grigio, verso il bosco, dove mi era sembrato di vedere qualcosa, qualcuno, e dentro di me ho pensato, “Il Signor Loci, Presumo”. Senza punto di domanda, però.

14 settembre 2008 – Arrivederci

Finita La Stagione di Ognidove, ho voluto chiedere al mio compagno di viaggio per eccellenza, Francesco Garolfi, un’istantanea di queste reading musicali fatte insieme, da Songavazzo nel 2007 a Torino nel 2008. Noi torneremo, prima di quel che pensiate – a Monza, a inizio novembre, con uno spettacolo ad hoc: “Il Signor Loci, Presumo?”.

La conclusione di Torino al Circolo dei Lettori é stata ideale: luogo e organizzazione bellissimi, pubblico straordinario e molto empatico. Performance con metà della lettura mai letta prima, e con un inedito o due.

Un bel ricordo in questo video su YouTube, dove potete ascoltare le stupenda composizione Ishmael di Garolfi, l’inedito che uscirà sul suo album 1968: Odissea Nel Rock (in tutte le FNAC e su iTunes e CD Baby dal 13 ottobre prossimi)

La Fine come un nuovo Inizio. di Francesco Garolfi

Nulla, la scorsa sera, lasciava intendere si stesse trattando della Fine di un cammino, della Fine di un ciclo.

O quantomeno, nulla di tutto ciò che normalmente, nell’immaginario collettivo, accompagna la parola “fine” era rinvenibile prima, durante e dopo l’ultima celebrazione dell’Ognidove. La Stagione di Ognidove, frutto dei viaggi su carta, e non solo, di Ishamael e di Davide Sapienza, si è compiuta e, a un anno dalla sua nascita, è terminata. La consapevolezza degli spiriti

raccolti tra le pareti dell’ottocentesca sala del Circolo degli Artisti di Torino era che la ciclicità della natura e della vita si stesse miracolosamente ripetendo e manifestando, anche questa volta: godiamo di questi ultimi attimi di Ognidove e facciamoli nostri per sempre, una nuova Stagione ci attende! Questo spontaneo e fiducioso slancio collettivo è ciò che di più forte serberò nel cuore ripensando a questa Fine, come ad un nuovo Inizio.

Intrapreso il cammino non lo si può abbandonare; per questo l’atmosfera del commiato è stata serena. La Stagione di Ognidove ci ha cambiati, mi ha cambiato, e prima di andarsene ha voluto donarci un altro gesto d’amore, mostrandoci la sua forza: unendoci, emozionandoci. Grato a Davide per avere impugnato la torcia e avere riportato i dettagli del suo cammino di uomo con tanta passione e coraggio, grato per avere potuto conoscere Ishmael, trovandolo anche in me e nel pubblico incontrato in questa Stagione, grato per avere ricevuto da molte persone conferma che nel buio si possa rintracciare una luce tanto intensa da saperci riscaldare, sino a divenire il nostro Vero Sole.

Grato per essere stato testimone privilegiato dello spettacolo della Metamorfosi, dello spettacolo della Rinascita. Di una Nuova Vita, di una Nuova Stagione.

Grazie di cuore. Al prossimo viaggio.

10 settembre 2008 – Da Tolentino, l’Ognidove di Valeria

Domenica sera a Tolentino, nelle terre di Marche, abbiamo avuto il piacere di ospitare tra il pubblico Valeria Bellagamba che oltre a curare il blog Libri Senza Carta, é una giovane poetessa “in divenire”. Ecco perché oggi Il Corriere di Ognidove ospita le sue impressioni della penultima apparizione de “La stagione di Ognidove”. Per chi può e lo desidera, ci vediamo a Torino, venerdì sera, per un sereno arrivederci sotto altre forme.

Con gli occhi di Ishmael di Valeria Bellagamba

Ogni singola goccia era per me come il desiderio di una nuova parola per esprimere quella meraviglia….

 

Un motivo fischiato da Davide, pochi accordi di chitarra e il canto leggero di Francesco hanno aperto la serata con un sentito omaggio ad un grandissimo della musica italiana, di cui di lì a due giorni sarebbe ricorso il decennale della morte.

Nell’incantevole giardino, abbracciato dallo storico palazzo della biblioteca, tutti trattenevano il fiato…Un’atmosfera sospesa, accarezzata dalle leggere folate di un vento ancora aggrappato all’estate.

E il viaggio di Ishmael prendeva il volo dalle letture di Davide per librarsi in una danza nel cielo scuro, guidata dai suoni di cristallo di Francesco e da canzoni intramontabili, ormai entrate nel Dna dell’Universo. Parole che si componevano e scomponevano come l’acqua fa con i suoi molteplici volti, sottile vapore e ghiaccio coriaceo, di scintillante purezza.

Il sogno che porta ad aprire gli occhi su questo tempo e sul nostro tempo, quello che sta dentro ognuno di noi e che ci chiede ascolto, affinché possiamo vivere una vita vera, degna di essere assaporata fino all’ultima goccia.

Ishmael anche in questa occasione è venuto per ricordarci di oltrepassare la Frontiera.

Ma ora tu sei qui

Ad illuminare il mio Cielo del Nord.

Tra ghiacci, rocce e cieli del nord si è tornati alla forma da cui ha origine la Vita: l’Acqua. Il suo incommensurabile ed inviolabile valore di bene comune è stato ricordato da Davide con l’emozionante scritto inedito L’AcquaVita che ha concluso la serata, seguita da Buckets of Rain di Bob Dylan e dal bis, tutto per Garolfi, con Crosstown Traffic di Jimi Hendrix.

La strada che pare non avere direzione: quella, siamo noi 4 settembre 2008 – La stagione di Ognidove arriva alla conclusione

 

Con la data del 12 settembre 2008 a Torino, si chiude la stagione di Ognidove. Come ogni opera, l’inizio, il centro, e la chiusura del cerchio si presentano e si svelano da sole. Questo momento é arrivato. La prossima reading con Francesco Garolfi verrà annunciata su www.davidesapienza.net. L’esplorazione continuerà e questa volta sarà il tempo di fare un passo indietro, e andare alla fonte della scrittura, attraverso la sorgente della musica.

 

Sarà di nuovo il tempo di Rubha Hunish – il tempo di tornare a sondare le frontiere dell’inconscio e i sentieri che lo lasciano sgorgare nei racconti da condividere. Il mistero non resta mai in posa ad attendere la nostra fotografia, dunque anche noi non dobbiamo restare in posa: é il dovere dello scrittore, almeno io credo, restituire con lo sguardo il dono della visione che arriva inatteso, come nella fotografia qui sopra.

Vi aspetto a Tolentino domenica sette, e a Torino venerdì dodici settembre.

Augh

11 agosto 2008 – Da Vita a Vita – Un Giardino per George

(continua da CasaMadre) … che Chancey Gardener cura non come se fosse suo, bensì per quello che é: un mondo del quale meravigliarsi e al quale restituire il meglio di ciò che egli, come individuo, riesce a fare. Un pò questo era George Harrison nei Beatles: l’uomo tranquillo, l’occhio capace di osservare sempre in volo, da una vita (quella della fama e del turbine violento dell’occhio pubblico) a un’altra vita (quella dello spirito, che vola sempre libero – cosa che spesso dimentichiamo, finendo per sentirci oppressi).

Ricordo molto bene quando George Harrison morì, nel 2001: ero a Londra. La città offrì un tributo a questa persona perché in qualche modo ogni abitante del Regno Unito sapeva che quell’uomo era venuto da un’altra vita e si era palesato attraverso il fenomeno musicale più straordinario del secolo, The Beatles. Poi, si era defilato, se ne era andato, era tornato nella Vita a fluire. A soli ventitré anni aveva inciso una canzone stupefacente, ve la ricordo:

Cerca di capire che é tutto dentro di te

Nessun altro può riuscire a cambiarti

E vedere che sei davvero solo tanto piccolo

E la vita scorre dentro di te e fuori di te

(Within You Without You)

Tre anni dopo scrisse, All Things Must Pass/Tutte Le Cose Devono Passare.

E così é. Ma La Vita, quella non Passa. La vita del grande giardino é dunque il tributo che la moglie Olivia e Yvonne Hinnes hanno voluto portare a George Harrison, che in un’intervista rilasciata poco prima che il suo corpo lasciasse la terra disse: “ricordatemi come un giardiniere”. Visitate From Life To Life – A Garden for George e troverete di che ispirarvi – floating down the stream of time, from life to life with me.

8 agosto 2008 – Le Tristi Montagne si Sincronizzano – Ognidove

“L’esatta funzione dell’uomo é di vivere, non di esistere”

Jack London

l’8 agosto 2008 iniziano le Olimpiadi in Cina. Dopo le proteste internazionali per il mezzo secolo di occupazione del Tibet, le violenze, i soprusi, i mezzi di informazione sono volentieri tornati a tacere. Meglio parlare delle specialità culinarie di Pechino piuttosto che degli “atleti”. Spiacente, da amante dello sport, queste Olimpiadi più di qualsiasi altre non andavano fatte: perché non é vero che “così si saprà di più”. Il governo cinese ha “trasferito” oltre mille monaci in un luogo controllato dalle autorità per evitare che “parlino”.

Ma la cosa più evidente a chi é uscito dalla logica meccanica della vita umana, abbracciando l’unus mundus, lasciandosi portare dal grande e unico flusso, avrà notato alcune “coincidenze significative”. Partiamo proprio dal Tibet, terra di montagne e di trekking e di scalate. E immaginiamo di vedere le più grandi catene montuose del pianeta che diventano sempre più tristi per dover sopportare ridicole spedizioni di omuncoli muscolosi e militarizzati nel cervello che “sfidano” la “montagna terribile”.

Ed ecco cosa é accaduto al Nanga Parbat e il 2 agosto al K2. Ma niente, mica l’Uomo, questa specie composta principalmente da spermatozoi leggermente evoluti con quattro arti e una scatola cranica poco utilizzata, cerca di capire. E sì che molta gente che vive la montagna ha capito di farne parte, più che di doverla letteralmente calpestare e usare come materia prima per i propri individualistici progetti. A tal proposito andate su Intraisass .

 

C’é una persona tra queste, si chiama Alberto Peruffo: un amico e soprattutto uno “snodo tettonico” che si é dato appuntamento nel suo spirito e che continua a dare vita a iniziative importanti, anzi importantissime. Alberto é anche un alpinista ma é soprattutto uno che ha capito cosa é l’unus mundus.

L’ultima creazione é questa: The Sad Smoky Mountains – visitate il sito e leggete bene cosa dobbiamo fare l’8 agosto alle ore 13 quando il sole sarà al suo mezzogiorno in Italia.

 

(Pizzo Formico, ore 13.00 dell’8 agosto 2008)

Ci troveremo in un punto “alto” visibile a tanti, in tutto il mondo (le adesioni entusiaste sono venute da tutto il mondo infatti) per lanciare un fumogeno rosso – come il sangue che continuiamo a “pompare” dalle montagne senza ritegno – e questo “punto alto” potrà essere una montagna oppure un grattacielo, insomma uno snodo energetico da dove far vedere che cosa stiamo facendo. Il giorno e l’ora non sono casuali, ovviamente: é il momento dell’inaugurazione di questi ridicoli giochi olimpici che del sangue degli “atleti” si nutrono sempre di più, di questi piccoli uomini che finiscono sotto lo stivale degli sponsor e dell’avidità personale, modificando il proprio sangue nel nome di prestazioni ridicole, che nella gran parte dei casi non hanno nulla a che vedere con lo sport ma semplicemente riflettono l’uomo-playstation. meglio il wrestling, allora, quello finto americano, che tanto piace ai bimbi: loro sanno che é tutto finto, noi adulti invece accendiamo la tv e crediamo che quelle “incredibili prestazioni” siano vere, quando nella gran parte dei casi sono invece finte, false, bugiarde.

Guardate questo splendido video del Théatre Du Soleil:

Pechino 2008

Organizzatori, sponsor, allenatori, genitori, mogli/mariti, findanzate/i, giornalisti, tutti lo sanno: ma va bene così. Va proprio bene così.

Le Tristi Montagne Fumanti continueranno a fumare, loro continueranno a doparsi l’anima, perché non esiste doping peggiore di chi si convince che quello che fa “é vero”. Le sostanze chimiche sono quasi incidentali.

Le tristi montagne – questo é il bello – saranno ancora lì quando noi (questo errore evolutivo chiamato Uomo) non ci saremo più: noi facciamo comunque finta di non saperlo, fingiamo di non capire – di ignorare il fatto che l’acqua cade sulla terra e si infratta nelle montagne e poi ci dà la vita. L’acqua va nell’Ognidove e ci parla. Ascoltiamo. E’ il sangue della terra, della vita, la brezza dei cieli.

Augh.

21 luglio 2008 – Paneveggio, la più grande foresta della Alpi

L’Ognidove del Bosco

Ognidove, Ognivolta, porta con sé un qualcosa di unico e di irripetibile. Lo so io, che ho scritto il libro. Lo sa Francesco, che nell’Ogniband suona le parole di Ishmael. Lo sapete voi, che siete venuti – a partire dall’1 settembre 2007 in Baitella a Songavazzo – così aperti, entusiasti, così capaci di incoraggiare il nostro lavoro, di dirci – senza parole, ma con gli sguardi e i gesti – “avanti così”. Avanti così, verso la Meta che é sempre meno Incognita e sempre più visibile: una sorta di cometa, che appare ogni tanto e che si sta facendo rivedere, per darmi il prossimo libro da raccontare.

 

Ebbene questo weekend a Tonadico, sotto il Cimerlo, nelle Dolomiti trentine che sfociano a est nell’Agordino e nelle Dolomiti Bellunesi, e che a ovest si distendo nel maestoso passaggio geologico chiamato Pale di San Martino, per Ishmael è stato un ritorno a casa. La “casa del parco” a 1475 metri, la Fabrica delle Scritture di Montagne (uno studio condotto e concluso dopo anni di lavoro dallo storico Quinto Antonelli del Museo Storico in Trento – uno degli ispiratori di tante cose che abbiamo fatto con il documentario Scemi di Guerra) si sono prestate alla perfezione al cammino di Ishmael e di voi amici che avete deciso di intervenire e di arricchire questa “Stagione di Ognidove”.

Non posso fingere: portare il “libro” nel mio piccolo zaino, camminando e scambiando idee e suggestioni, arrivare lassù a Prà Cimerlo e trovare Francesco pronto con la sua chitarra a regalarmi il debutto della canzone di Ishmael – ascoltata proprio lì per la prima volta – tra alberi meravigliosi, avvolti da un cielo enigmatico ma avvolgente come un grembo, vedere negli occhi dei presenti le parole pronunciate che diventano a loro volta altre parole che tornano verso Ognidove.

 

Tutto questo, e molto altro che non si può descrivere se non partecipando a questa “cosa”, é Ognidove: lo sapete tutti voi che ci siete venuti – dall’anno scorso a oggi – cosa intendo. Che non é una cosa mia, ma di tutti noi. Io, come Ishmael, mi limito a raccontare. Ma il racconto – Il Racconto – quello viene da ChissàDove. Da un Ognidove che siamo noi e il bosco, la montagna, le creature intorno a noi. E dentro di noi.

grazie

Dav

29 giugno, 1 luglio 2008 – Dal Lago ai Camuni

 

“La Valle di Ognidove” ha conosciuto due tappe davvero emozionanti, per tante ragioni. Due tappe che considero “di casa” – la prima a Lovere, lago d’Iseo, la seconda nel aprco delle terme di Boario, proprio all’ingresso della Val Camonica dove si svolgono alcuni passaggi profondi e sottili di Ishmael (si veda il capitolo Tredenus).

Come sempre i momenti emozionanti sono stati tanti. Domenica pomeriggio alla libreria Mondadori sul lago, grazie all’ottimo Giuseppe Arrighini ho potuto condividere diverse tematiche del romanzo. E ieri sera – con l’organizzazione dell’Associazione Clorofilla – abbiamo invece parlato del libro e poi ci siamo inoltrati nel piccolo parco delle Terme nel quale si possono ammirare le radici che emergono dall’erba come tanti “penitentes” di legno, invece che di ghiaccio.

 

Ma come spesso accade ancora una volta siete stati voi a “fare” l’Ognidove, a suggerirmi emozioni delicate e profonde che hanno condotto la camminata e il discorso. Di questo vi ringrazio e vi saluto in attesa di annunciarvi, tra qualche settimana una novità editoriale. Ma vi lascio con una testimonianza che racchiude l’essenza di questi Ognidove: la reazione “locale” che si diffonde con questo mezzo, il più “globalmente giusto” che esista.

Valle Camonica Cultura

18 giugno 2008 – Ciao Mario

“La giustezza di un uomo.”

Me lo ha scritto ora la mia amica Caterina.

“E ho paura che la gran confusione, il vocìo, la frenesia, un nuovo palazzo, coprano quel punto di orizzonte dal quale prima spuntava la sua lucina, e mi rendano a poco a poco peggiore.

Forse l’unica difesa è fare come faceva lui. Alzarsi presto, e guardare l’alba”.

Me lo ha scritto il mio amico Luca.

Lui, Mario Rigoni Stern, ne ha scritte tante di cose, che ci fanno scrivere cose così.

Sentire, cose così.

Marco, un altro amico, che fa l’attore e interpreta la vita come pochi, una volta gli ha chiesto: “E il tramonto?” Lui ha risposto: “La natura diventa padrona di se stessa, tutte le cose create dagli uomini, quelle che fan rumore, sono sparite. E’ il momento in cui ti prende all’anima la malinconia, anche perché é la fine del giorno e allora puoi pensare perfino alla tua morte, ma non in maniera brutta, perché la morte in sé non é brutta, é naturale, e come tutte le cose naturali, ha una ragione. Noi abbiamo paura della morte perché non siamo abituati a misurare le cose con il passo della natura.”   ciao Mario. Ci si rivede. Dav 24 maggio 2008 – Giorno Artico SPECCHIO+ Ricordate “Il corriere di Ognidove” del 6 marzo? No? Scorrete in giù e lo trovate…

Ora é uscito – e sarà in edicola sino al 21 giugno – il reportage da Tromso, Norvegia, che puoi leggere cliccando Tromso, l’ombelico del Nord

Buon viaggio.

18 maggio 2008 – La Maremma, il Lupo e le Stazioni Lunari – silenzio giorno

 

L’anima lascia la traccia

Gli occhi il desiderio

La musica danza

SCEMI DI GUERRA – La malattia

1 maggio 2008

 

E così é andato in onda. Il nostro tributo all’OgniScemo. Una preghiera civile affinché si comprenda che lo scempio di una guerra finita 90 anni fa e che appare a tutti come una cosa storicizzata e tanto lontana é in realtà la fotografia del miasma, delle fauci della storia che si sono aperte sulla mente collettiva per mai più richiudersi, richiedendo un lavoro enorme e monumentale agli esseri viventi capaci di capire l’assurdità della guerra, della vita militare – dei militari, dei soldi spesi per i militari – dei documentari che rendono sexy le battaglie e i carroarmati, dei film che tingono con una sottile linea di eroismo auspicabile “la guerra”. Invece no. SCEMI DI GUERRA lo abbiamo finito spiegando che il 45% dei soldati americani in Iraq – badate bene, tutti volontari ben pagati proprio come “gli eroi” dell’esercito tricolore italiano, spinti dalla motivazione economica prima di qualsiasi altra considerazione su questo vediamo di non sbagliarci – hanno dovuto passare dallo strizzacervelli prima o poi. Cure psicologiche le chiamano.

Sarebbe bastato non fare la guerra.

Che buffa specia siamo noi umani: le cose semplici non ci piacciono. Aiutare il prossimo, per esempio: tre miliardi di noi aiutano UNA SOLA PERSONA. E sei miliardi di abitanti umani del pianeta si sentirebbero meno soli.

Augh.

 

History Channel – 25 aprile – ore 21.00

Alla fine é vero. Lo vedremo. Ho atteso di vedere gli spot su Sky/History Channel per realizzare che era vero. Tutto iniziò camminano tra le trincee dell’Adamello negli anni scorsi: la voglia di raccontare qualcosa di diverso sulla prima guerra mondiale. Immaginare l’immaginario di milioni di ragazzi e giovani uomini coinvolti in quell’assurda carneficina senza senso che portò all’Europa dieci milioni di morti.

Poi, venne Enrico Verra. Un giorno a Torino il comune amico – e noto giornalista – Paolone Ferrari ci fa incontrare: “avete delle cose da dirvi”. Sono passati due anni da allora. Due anni in cui SCEMI DI GUERRA (grande titolo, Enrico) ha passato esami difficili e momenti delicati. Due anni di viaggi e di lavoro sul campo. di dislivelli e tristezze, nelle zone della grande guerra in Trentino, Lombardia, Veneto, Friuli. Due anni di incontri con personaggi straordinari, storici straordinari, due anni che hanno visto al lavoro la VivoFilm di Roma per garantire qualità, visibilità e i mezzi per produrre, lasciatemelo dire, un documentario sulla Grande Guerra come non ne avete mai visti. E sapete perché? Perché parla di “allora” ma ci dice molte cose di come poi quel metodo “massificante” abbia funzionato e funzioni ancora perfettamente oggi.

 

 

Venerdì 25 aprile – data simbolica che a certa gentaglia piacerebbe cancellare dai libri di storia – History Channel alle ore 21.00 manderà dunque in onda SCEMI DI GUERRA. Poi rimarrà un anno in programmazione e speriamo di poterlo anche vedere in homevideo. Fate girare la voce. Guardatelo: é per loro, per quei milioni di “scemi” che sono stati poi i nostri padri, i padri malgrado loro stessi “malati” di un secolo sanguinario e crudele di cui siamo tutti figli: il ventesimo.

Leggi la scheda di scemi-di-guerra-history-channel-25408.doc

18 aprile 2008 – Messaggio dal Passato – giorno notte

Nel 1776 nascono gli Stati Uniti d’America – a quale prezzo lo sappiamo tutti. Nel 1840, De Tocqueville scrive un monito all’America – che rappresenta un grande laboratorio di opportunità – e in definitiva al mondo. Si intitola “Della democrazia in America”. Grazie a Valeria Bellagamba, cacciatrice di letteratura e verità (visitate Libri Senza Carta) ieri ho letto queste parole e mi son tornate in mente mille riflessioni sottopelle e istintive degli ultimi venticinque anni della mia vita di cittadino del pianeta, “emisfero della libertà.” Dunque non prendete queste parole come commento alle recenti elezioni, sarebbe riduttivo (e sempre istruttivo, certo). Ma solo come l’espressione di cose che nell’era moderna il pensiero evoluto e non condizionato di uomini e donne coraggiose hanno lasciato insegnamenti che l’uomo, come collettività, proprio non vuole ascoltare. Buona lettura:

Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civilità e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri… Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronisrsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi.

13 aprile 2008 – L’anima dei luoghi – giorno Wildflower

“La stagione di Ognidove” si é insinuata sino a Pavia: oltre Il Fiume ha avuto l’onore di inaugurare un festival del paesaggio il cui tema é: “L’anima dei luoghi”. Ci hanno chiesto di aprire i giorni di incontri che proseguono (www.animadeiluoghi.com) e allora Francesco ed io abbiamo voluto ancora una volta tenere il grande magma in movimento modificando la scaletta delle canzoni – che hanno infine perfettamente aderito ai nostri cuori, al tema del festival, alla storia di Ishamel. E poi all’interno dell’ex chiesa di Santa Maria Gualtieri, il protagonista Ishmael ha potuto convolare a nozze con gli echi della storia. Così é accaduto che due giovani donne piene di meraviglia, Mara e Valeria, alla fine mi dicessero: “sai cosa significa in ebraico Ishmael? Che Dio ascolti.” E così ho pensato che é vero, che a ogni “uscita” Ishmael Arran da Ognidove compie un viaggio che non mi sarei neppure immaginato quando, un anno fa, decisi di battezzare così il protagonista de “La valle di Ognidove”. E che, soprattuto, ricordando il capolavoro di Melville “Moby Dick”, Ishmael significa “orfano” e “abbandonato” e dunque – colui che chiede ascolto ai cieli poiché dal disastro della Pequod, tranne lui, nessuno si salva – che orfano rimane dopo aver solcato i mari furiosi, rabbiosi del cieco dolore cosmico del capitano Ahab. Ci siamo capiti…

E allora ecco perché le canzoni riescono a dire cose che …”Never Going Back Again” di Lindsey Buckingham, che Francesco esegue in maniera a dir poco stupefacente, ce lo dice chiaro: “son caduto una volta, sono caduto due volte – tu non sai cosa significa vincere – io non tornerò mai più indietro”. E Tom Petty, con la lieve ballata “Wildflowers” incita il ragazzo che scopre i libri: “tu appartieni ai fiori selvatici/ sei di un luogo dove si é liberi”. E orfani, aggiungerei io, visto che conosco la storia del “mio” di Ishmael e che il luogo dove si é liberi é anche una wilderness a volte terribile di solitudine: ma Francesco ha trovato una stupenda soluzione per chiudere “La stagione di Ognidove”, che é “Northern Sky” del mai troppo citato Nick Drake – una canzone di grande meraviglia e ricca di respiro – “tenere l’infinito nel palmo della mano/ e l’eternità in un’ora.” Perché a questo punto é chiaro che l’Ishmael della prima parte della reading, quello che é “Mother Nature’s Son”, come canta McCartney riletto da Garolfi, “nato povero ragazzo di campagna/figlio di madre natura” , alla fine…esce dall’innocenza e parte per la meta incognita.

Ma stando in odor di metafora, allora citiamo pure la chiusura della serata, “Buckets of Rain” di Bob Dylan – “fai quel che devi fare, e fallo bene”. E’ quello che ci auguriamo noi vagabondi delle stelle, ogni volta che ci troviamo davanti a un gruppo di persone detto volgarmente “pubblico”, come a Pavia, venerdì sera 11 aprile – quando per un’ora abbiamo potuto essere l’eco e la voce di qualcosa di molto grande.

29 e 30 marzo 2008 – Alpe Madre, la Boscaglia – Giorno Ognidove

Adesso posso dirlo. Ero arrivato a pensare che qualche folletto non volesse che si realizzasse questa “cosa” con un’associazione molto speciale e dedita al valore del Camminare – fisico, spirituale, interiore, collettivo. La Boscaglia.

I quattro “weekend dell’Ognidove” inizialmente programmati li avevo dimezzati per impegni irrevocabili sempre legati ai viaggi. Ma poi, rientrato dalla Norvegia, qualche disgraziato virus si era aggrappato ai miei polmoni e non mollava. E così l’Ognidove Emilia – con mio sommo dispiacere – era saltato. Restava dunque l’Ognidove Veneto.

Fortunatamente a pasquetta (vedi il racconto sotto del 24 marzo) avevo capito di poter partecipare, di avere birra in corpo per fare quello che – per motivi personali – era un Ognidove speciale. Qui, intorno al Monte Grappa, sull’Altopiano di Asiago, sul Pasubio e sul Grappa (una foto dell’ossario di vetta appare su Taivitii), nell’autunno 2004, durante le settimane dedicate a “I Diari di Rubha Hunish”, aveva preso corpo infatti sia l’embrione di quello che sarebbe diventato “La valle di Ognidove” (il primo capitolo del viaggio di Ishmael scritto con quella coscienza é proprio quello dedicato all’Ortigara) che il desiderio forte di scrivere una sceneggiatura dedicata alla follia della Grande Guerra, qualcosa che adesso ha un titolo “Scemi di guerra” e che vedrete su History Channel il 25 aprile 2008 alle ore 21.00, film di Enrico Verra, scritto insieme e prodotto da VivoFilm di Roma.

 

Così l’Ognidove si é incamminato dal paese di San Nazario, all’imbocco della Valsugana, in provincia di Vicenza e sulla vecchia mulattiera (ora sentiero CAI n. 38) siamo saliti verso i Colli Alti e un luogo veramente speciale. Siamo partiti dalle basse quote e abbiamo raggiunto il rifugio Alpe Madre a quota 1270. Devo essere sincero – spesso tempo i rifigui raggiungibili in auto – la fauna umana portata dalle quattroruote in montagna non é qualcosa che personalmente mi entusiasma. Grandi gipponi per pochi metri sterrati, e quattro metri a piedi. E atteggiamenti di conseguenza, come dire, vere anime suv. Invece – invece qui evidentemente Stefano, Rossella e Mariano hanno saputo fare un lavoro profondo – hanno salvaguardato lo spirito del luogo, hanno creato un’atmosfera capace di farti sentire “lontano” e sospeso nel tempo e nello spazio. Come i riflessi che vedete nella foto. E poi…il mio sito si chiama CasaMadre. Come dire…Paolo e Paola della Boscaglia Veneto me lo avevano detto e avevano ragione.

Queste sono le montagne “minori” o forse, note solo per croci esagerate, ossari, ricordi di morte e tragedia – ma certamente é difficile in novant’anni (quest’anno a novembre ricorre il novantesimo anniverario della fine della prima guerra mondiale, la Grande Guerra) pensare che le generazioni non provino una sorta di strana venerazione per il sacrificio inutile di tanti giovani uomini mandati a morire per le idee idiote di pochi. E’ il fascino antico e perverso della guerra e bisogna assolutamente capire che la terra – qui come sull’Altopiano, sul Pasubio, nei luoghi di morte brutta e violenta – non si é ancora ripresa il proprio posto.

 

Era inevitabile parlare di questo tema, viste le premesse raccontate sopra e vista anche l’attuale recrudescenza di stupidità ingorda che ha portato il Tibet in primo piano, come se improvvisamente ci si fosse accorti che sessant’anni di massacri e occupazione – fisica e spirituale – della terra delle nevi, stia succedendo davvero. Appena lasciato il rifugio alla radio ho sentito che la fiaccola olimpica é “a posto, domani raggiungerà Pechino”: dodici persone si sono fatte arrestare per fermare questa ridicola e assurda farsa, le assurde parole – come quelle del 1914 – che giocano coi sentimenti superficiali e di idiota patriottismo che affermano “l’universalità dello sport (sport? Spo-nso-rt sarebbe meglio dire).” Sono tempi così, sembra che non cambino mai – le epoche – tanto fumo, poco arrosto. E chi lo fa notare finisce in galera.

Eppure.

 

Eppure all’Alpe Madre, tra le mura accoglienti dove tre persone ci hanno fanno sentire partecipi come loro della montagna che rialza la testa, per due giorni, é stato diverso.

grazie.

24 marzo 2008 – Valcanale, Ognidove – giorno limpido

Avviso ai naviganti. Questa “journal entry” potrebbe anche intitolarsi, “Chi se ne frega?” Oh yes, infatti. Perché nella Valle di Ognidove accadono piccole e impercettibili cose, appaiono trasparenti tessiture che fanno parte di qualcosa di molto grande che – per fortuna – mi sfugge e che grazie al tacito patto di voler cercare l’Ognidove con amici e compagni della strada, riescono a trasformare vicende normali in qualcosa che vien voglia di raccontare.

 

L’1 marzo 2008 discesi la mia ultima montagna artica vicino a Tromso, Norvegia. Assieme a Eirik, Dario, Stein, Fabio e Silvia si concludeva una splendida manciata di incursioni nella Valle della Creazione – nel cuore artico d’inverno dove pare sempre di vedere il piccolo grande creatore di meraviglie. La Vita. Il Cielo. L’Infinito come limite, il desiderio come traccia.

 

Poi – poi c’é stato un duro rientro. L’affollata Lombardia, la fine di un inverno imprevedibile, l’emorragia di della Terra che si va a nascondere, come gli animali che la abitano, terrorizzata, offesa, infuriata. E poi, la piccola malattia artica che aggredisce il respiro. Ventitré giorni lontano dalla neve. Ma chi vive la montagna sa una cosa che i metereologi e i giornali continuano a fingere di non sapere: l’imprevedibile non c’entra niente con il riscaldamento globale. C’entra con la vita del Pianeta e dell’Universo. Ho visto la neve posarsi e volare furiosa davanti alla Presolana per tutta la domenica di Pasqua, soddisfatto, desideroso di poterla raccogliere tra le dita e sentirne l’inodore inebriante penetrante sapore sulla pelle: la puntura di quel bagnato, il peso inconsistente.

E poi – poi arriva Asche, che si limita a dire: “sciatina domani?” Due reduci da antibiotici nucleari e antinfiammatori, vabbé proviamoci. E allora proviamoci Asche (A proposito, come già fatto su CasaMadre invito caldamente a vedere le straordinarie foto di quest’anima iscritta alla tribù della Bellezza: http://www.pbase.com/asche).

 

E allora via. Se vi aspettate che io vi dica dove é questo luogo, scordatevelo: sappiate che é nella Valle di Ognidove. Sappiate che in questi saliscendi tra calcare, abeti, betulle, faggi, nevi e cieli blu sono nate alcune pagine dei “Diari di Rubha Hunish” (”IStinto di Sopravvivenza: Perché?” e “Alpe Nevel”). Sappiate che non é per niente difficile seguire le tracce della Bellezza, basta decidere di farlo. Tornare a casa distrutti, maledire i virus, gli antibiotici, risvegliarsi e guardare qualche fotografia – dire, già, qualche ora di questa giornata é stata immersa nell’eterno imprevedibile magma, la zuppa più buona del mondo. La vita noncurante che va per la sua strada, e ci bacia con disinteressato amore. Basta andarle incontro.

17 marzo 2008 – la Cina, e le guerre indiane – giorno triste

E’ da ormai sessant’anni che il mondo abbozza di fronte all’invasione del Tibet da parte della Cina. L’uomo abbozza sempre, di fronte a qualcuno che si comporta secondo i codici stabiliti dall’evoluzione. L’uomo mangia l’uomo. Così per tre secoli nelle americhe si é assistito a un lento e inesorabile genocidio, che poi hanno chiamato le “guerre indiane” e che alla fine del ventesimo secolo si è trasformato in una ricerca di recupero delle indentità indigene attraverso l’invenzione dei sussidi massificati. Negli Stati Uniti e in Canada invece delle armi hanno cominciato a erogare miliardi di dollari – ai “loro” uomini, però, delle comunità native. E così, il genocidio é continuato tranquillamente, visto che molti dei “primi abitanti” non sono altro che l’ombra di una cultura che é stata schiantata senza tanti complimenti (si veda “The Journal of Knud Rasmussen” www.isuma.ca) .

Adesso il Tibet é sulle prime pagine. Come se non si sapesse che se la Cina per due ore smette di produrre tutti i nostri bei prodotti “made in China” saremmo tutti in ginocchio. Come se non si sapesse che una nazione così enorme e vorace, 1.300.000 di abitanti, non si ferma e non può fermarsi davanti a nulla.

L’inevitabile Uomo Bianco di Jack London non c’é più, ormai c’é L’inevitabile Uomo Giallo. E nulla é cambiato. Vi chiedo di sottoscrivere l’appello al Presidente del Comitato olimpico (Mr.Rogge) per chiedere di non far passare la fiaccola olimpica da Lhasa, capitale del Tibet. È un’iniziativa “di massa”, da divulgare il più possibile. http://actionnetwork.org/campaign/tibet_IOC .

A Milano, giovedì 20, ore 16.30, presidio in Piazza San Babila.

Mi torna in mente un film che ho visto al Film Festival di Trento nel 2007 e che ho recensito per la RdM: vedetelo, studiatelo. Rassegnatevi. Non c’é niente da fare.

 

11 marzo 2008 – La Stagione di Ognidove (davvero)

Se fossi stato un lettore di queste “pagine” sabato 8 marzo avrei voluto essere a Dueville (Vicenza) perché la serata con Cristina Donà e Francesco Garolfi é stata anche molto più di quello che mi sarei mai potuto attendere. E’ stato come se non avessi mai veramente saputo prima cosa raccontava Ishmael, quando ci dice che vuole in qualche modo “fare il salto.” E’ stato come crescere, crescere, e crescere sino al punto in cui ti accorgi…di essere cresciuto.

Avrei immaginato me stesso seduto in mezzo a due artisti grandi e unici, forte dentro nonostante la malattia si stesse divorando la mia gola lentamente (e mi scuso per il bis, l’inedito “L’acquaVita” che non ho potuto leggere) sino al prossimo silenzio (quello di questi giorni) che hanno dato il meglio al servizio di una cosa comune che solo con l’impegno collettivo della Ogniband si può ottenere. Pensate, “La stagione di Ognidove” adesso ha così tante “versioni”. Le camminate (e qui mi scuso per la cancellazione del weekend Ognidove in Emilia ma, la malattia fa il suo corso…), il duo Garolfi-Sapienza, il trio Donà-Garolfi-Sapienza. Un pò come una vaudevilliana compagnia di teatranti dell’immaginario, se così si può dire: un pò come quello che sta nel nostro cuore.

Davanti a voi, lì nel teatro, sembrava di essere sollevati dal respiro lieve di una creatura unica fatta di “collettivo” e siamo stati così felici di aver degnamente concluso la bella rassegna diretta da Caterina Turano e organizzata con la cooperativa Dedalo Furioso, che cogliamo l’occasione per ringraziare ancora una volta.

Ebbene, Argonauti di Ognidove, state sintonizzati. Ci rivedremo presto.

6 marzo 2008 – vind dag – Libera Fluttua la Visione Artica

 

Il Ventosi é fatto tappeto di giorni grandi e visioni complete della creazione.

Visione senza rimedio, gioia senza tempo, giorni nei quali esistono solo giorni.

Amici dell’Ognidove, la corrente norvegese ha nutrito i sogni artici e… le parole stanno navigando, vi farò sapere quando arriveranno. Nel frattempo dalla corteccia-pelle che cambia sulle betulle del Troms, sono usciti disegni di cielo e di mari e di nevi immacolate.

 

Ogni tanto é bello sentirsi il primo uomo sul pianeta.

 

14 febbraio 2008 – giorno 24 – La stagione di Ognidove

Villa Grizzly é un luogo della mente fattosi d’improvviso amico e dove da sei mesi trascorro il tempo del silenzio, delle parole e dell’ispirazione davanti alle pareti che carezzo con lo sguardo ogni giorno della Presolana Sud. Al mattino, l’inverno ci concede il sole per tante ore, il suo arrivo viene annunciato da un vento inconfondibile e quasi impercettebile che scavalca Scanapà e scuote leggermente i rami dove gli uccelli canterini, la volpe, lo scoiattolo e il ghiro amano giocherellare nascosti nel giardino innevato. Ed é proprio tutto vero, qui sulla terra, sotto il sole che viene e tra la notte che va e versa sulla neve il raccolto del giorno.

 

Bene, questa casa é stata una benedizione e spero che lo si capirà in futuro quando da questo Ognidove usciranno i frutti della sua stagione. Il primo si chiama proprio “La stagione di Ognidove”. Erede de “Il suono del cammino” con Cristina Donà é diventato qualcosa di più dell’aggiunta di “un chitarrista”. Dopo gli esperimenti iniziali con Francesco Garolfi, adesso tutto prende forma e così ci siamo chiusi due giorni tra le mura della “casetta” a provare uno spettacolo che per adesso vedrete solo a Due Ville l’8 marzo (vedi http://lavallediognidove.it/j/?page_id=28). Uno spettacolo con Cristina Donà alla voce, Francesco Garolfi alle chitarre e al mandolino, Davide Me, alla narrazione. Sarà una sorpresa per tutti, sapete perché? Perché é stata una sorpresa per me: Mi sembrava di avere una band, un trio dove il contributo di ognuno era vitale per trasformare la scrittura in suono e il suono in messaggio leggero, piumato e profondo. Si, ascolterete alcuni capolavori della Donà, ma ascolterete anche capolavori come “Riders on the Storm”, “I Am Waiting” e “Lost Highway” (a chi indovina di chi sono le tre canzoni, in regalo…). Una band che può funzionare anche “diversamente abile”: ad esempio, nell’album acustico della Donà che uscirà nel 2008, ci sono lei e Garolfi. Nella reading senza Cristina, che vedrete a Seregno (9 aprile) e Pavia (11 aprile) questa sarà comunque la OgniBand in azione.

Cosa aggiungere, vi aspettiamo per sentire da voi se stiamo solo sognando, oppure se é proprio tutto vero. Augh.

3 febbraio 2008 – giorno 23 – la passione e le tracce

Venerdì 1 febbraio ho passato una giornata di respiro a Pusiano, sull’omonimo lago, incastonato a sud del più noto Lago di Lecco e di Como. Una giornata chiamata “Il richiamo della natura”, voluta da un sindaco “mosca bianca” (soprattutto nel nord Italia) che dopo aver letto l’intervista uscita su Il Mucchio e intitolata “Into the Wild” (la trovate qui: http://lavallediognidove.it/j/?page_id=42 assieme alla splendida recensione uscita su La Repubblica di Gian Paolo “Satisfiction” Serino) mi ha contattato perché animato da un’anima rock e da una voglia di allargamento degli orizzonti ha deciso di proseguire su una strada da tempo intrapresa nel piccolo centro in provincia di Como. Cosa é stato, ancora una volta, così speciale? Che questa volta non andavo a parlare della Valle di Ognidove, di Jack London, degli Inuit, dei viaggi. Ma andavo prima di tutto a incontrare tre classi di terza media, tredicenni curiosi e vivi che mi hanno per due ore stimolato a passare un pò del testimone a loro, così pieni di domande, di curiosità, come se improvvisamente, messi di fronte a uno che dopotutto fa una vita bella, libera, senza restrizioni particolari, avessero voglia di capire: cosa c’é sotto? Come si fa?

Attenti: non é un’affermazione dell’ego, più che altro una consapevolezza del Se – per dirla alla Jung. Gli incontri recenti che ho fatto nelle scuole, tutti splendidi (Trescore, Bergamo,a dicembre; Bolzano, a gennaio) mi hanno fatto capire che non é proprio vero per niente quello che si dice dei ragazzi più giovani. Che loro, quando si trovano di fronte a qualcuno che spedisce messaggi continui di ricerca della libertà e dell’espressione – nel mio caso, ovviamente io stesso ma questo é marginale – reagiscono come improvvisamente forniti di user id e password per aprire lo scrigno che hanno dentro e che temono, spesso, di aprire perché “non adatto” a ciò che la vita quotidiana cerca di “impartire” loro.

Non é un problema di genitori e insegnanti – ovvero, é anche un problema di genitori e insegnanti certo – direi più invece un problema di sistema. Ognuno di noi ricorda e ama di più cose imparate a scuola, invariabilmente legate al “vascello” che le ha condotte a lei o a lui: l’insegnante. Ho un ricordo bellissimo di venerdì a Pusiano: dopo una mitragliata di domande sui viaggi, il rock (grande cosa, la vendetta sulla povertà collettiva della discografia odierna: ascoltano tutti i grandi classici del rock, sino all’ultima grande era, i primi anni ‘90), gli animali, i libri, qualsiasi cosa, alla fine ho letto come faccio spesso alcune pagine da “Preparare un fuoco” di Jack (Sì, London, il mio amico speciale). Stava suonando la campanella e passava lo scuolabus e allora ho detto: “ragazzi, cosa faccio mi fermo?”. La risposta in coro é stata: “NOOOOOOOOOOOOOOOOO!”.

Credetemi, queste cose non hanno prezzo.

E uscendo dalla scuola, che é in un antico e bellissimo palazzo che la provincia di Como fa finta di dimenticare non aiutando Psusiano a sistemarlo (son sempre più convinto: vanno abolite le Province, ricettacolo di esseri inutili che ci fregano stipendi da capogiro) , mi é tornato in mente mio fratello Guido che aveva “estratto” dalla mia vecchia cameretta di Monza la mia copia delle elementari di “Moby Dick” di Melville. La mia rivoluzione era cominciata proprio da quei libri.

Infine. Ieri ero in salita verso una cima imbiancata e immacolata con gli sci e ricevo un sms, é di Andrea Maspero il sindaco “mosca bianca” di Pusiano: “Zurigo. 11.4.1981, c’ero anch’io”. Era ovvio, ho pensato: c’eravamo tutti, quando Springsteen portò il rock’n’roll in Europa, quel giorno.

E’ la natura “piccola”, é il ciclo della vita.

Augh.

27 gennaio 2008 – giorno 22 – nel profondo di un sogno

Into the Wild. Finalmente uscito nelle sale italiane il film che Sean Penn ha fortemente voluto negli ultimi dieci anni, ottenendo finalmente il permesso dalla famiglia McCandless di raccontare una storia archetipa, quella di Chris, loro figlio – alias Alexander Supertramp dal 1990 al 1992, anno della morte nelle sperdute regioni del grande nord americano. Non sbagliamoci: Into The Wild il film, ispirato all’omonimo libro di Jon Krakauer, é di gran lunga più ampio e profondo del racconto di questa storia umana e naturale. Non a casa Penn all’inizio del film sceglie di citare Lord Byron (”Non é che l’uomo che amo di meno, solo amo di più la natura”), non a caso Penn sceglie Eddie Vedder per scrivere le canzoni di McCandless/Supertramp ventenne inquieto. Forse, Penn racconta qui tanto di se stesso quanto di McCandless e di una progenie di persone recise dalle proprie origini al punto da partire alla ricerca della verità per poi scoprire che é la condivisione a rendere l’uomo felice. Condivisione con ciò che che lo circonda, incluso l’uomo. La citazione di Jack London e del Call of the Wild é inevitabile e London é in effetti ovunque, in questo film. Non a caso.

In questi giorni ho anche visto Runnin’ Down A Dream di Peter Bogdanovich, sei ore abbondanti dedicate alla storia dell’immenso rocker Tom Petty: non che ci sia tutta questa diversità. L’America, quella parola che prima ancora di far pensare a una geografia e a un luogo, fa pensare a un’opportunità di testare la presenza nostra sul pianeta del latte e del miele, è tutta qui, e si chiama rock’n’roll. Forse il rocker più emblematico della storia del rock, creatore e ammiratore, artigiano e genio, poeta e raccontatore. Petty é uno dei personaggi più staordinari e umani che ho mai conosciuto personalmente, e in questo film é esattamente capace di emanare quella vibrazione magica di quando lo incontrai nel 1994: “Non voglio neppure sapere da dove vengono le canzoni, ho paura che se lo scopro perdo tutta la magia,” mi disse allora. Lo capisco molto bene: non chiedeteci mai da dove viene la magia, andate a viverla e basta.

Insomma… fatevi del bene, acquistate questo cofanetto (3 dvd + 1 cd, 40 Euro…non raccontatemi che costa caro…), e ascoltate bene la musica e le parole non da stupide cassettine da computer, non guardate Into the Wild e Runnin’ Down a Dream (Sembrano uno l’anagramma simbolico dell’altro) su un qualche iMonitor del cazzo. Le cose GRANDI E VASTE vanno viste con GRANDEZZA E VASTITA’: non fregiandosi del titolo di aver fregato qualcuno perché lo hai scaricato gratis. E’ come dare un valore a se stessi – nulla, zero, niente.

Into the Wild, sorelle e fratelli. Naturalmente, Runnin’ Down A Dream. Grazie Sean. Grazie Tom.

22 dicembre 2007 – giorno 21 – nella luce dell’eternità

Nella metà del mezzogiorno di due anni fa la telefonata di mio fratello fu uno sparo diretto al cuore. Un ricordo che la realtà a volte esiste e che agisce comunque e ovunque. Salutai mio papà una mattina rossa di alba due giorni dopo e da allora con lui ho compiuto diversi viaggi misteriosi e meravigliosi ricordando i giorni di bambino quando mi porgeva libri di avventure incredibili e possibili, e i giorni di ragazzo quando si preoccupava del fatto che cercassi di inseguirle davvero. Ma era contento che fossero arrivate, come istigatore a sognare. Più preoccupato, come padre ma sempre con qualche terra lontana nello sguardo. “Conosci…?”. Questa era la sua domanda, la domanda che ha sempre fatto alla vita. Che fortuna essere figli di uomini così, fatti di orizzonti come il cielo e di voli come le nuvole.

 

Dario Agostini – che chi segue il mio sito sa bene chi é – mi ha fatto innamorare. Mi ha parlato per lungo tempo delle cose belle da fare sul pianeta. Ma poi, finiva tutto nella sua terra di Ognidove. Che sta qui, dietro casa. Si chiama Engadina. E chi non conosce l’Engadina? Al liceo ridevamo quando il professore di tedesco ce ne parlava: era la terra di Heidi e noi non andavamo tra i monti. Nel 2001 l’avevo pedalata in mountain bike. Un tuffo al cuore, dal quale son risalito a prendere aria quel giorno di giugno in cui Dario ha lanciato il Kayak nel torrente Inn, sotto il ghiacciao del Morteratsch: sarebbe arrivato a Istanbul in canoa 88 giorni dopo a metà settembre. A settembre tornai in Engadina con Ernesto, Renzo e Pietro, la stirpe dei miei amici Scandella della Baitella. Sulle tracce di un anziano uomo di montagna che trascorse estati dure da pastore-bambino sui meravigliosi pendii di questo luogo della luce e della natura.

Con Dario e Renato abbiamo percorso la strada verso la mia prima escursione con gli sci e le pelli sulle nevi dell’Engadina, dove l’amico dell’acqua Dario ha invece navigato tantissimo. E così osservando Isola, dove visse gli ultimi anni Herman Hesse dall’altra parte del lago Sils; la penisola nell’acqua che ispirò Zarathustra a Nieztsche; ricordando i meravigliosi quadri di Segantini; salendo tracce e silenzi, guardando nel mondo attraverso il mondo di tre amici in compagnia dei propri sogni, siamo arrivati al Piz d’Elmatt da dove ci siamo fatti un sorriso prima di attraversare in poche ore intere epoche di neve e di luce. E adesso so cos’é l’Engadina. Un altro luogo dal quale non puoi più tornare.

 

Ricordo per chi si fosse sintonizzato solo ora: per chi vi scrive a Ognidove il 22 dicembre é il primo giorno. L’inizio dell’inverno. L’inizio di ogni stagione. L’inizio del ciclo. La vita che si riavvolge e si svolge di nuovo. Senza luce, ciò non sarebbe possibile. Meglio di ogni foto, i quadri di Segantini colsero questo. Vedeteli. E buon anno.

16 dicembre 2007 – giorno 20 – Sotto la torre che pende

…Ma che non cade mai: anzi, la “Torre Pendente”, che tutti chiamiamo la Torre di Pisa, davvero é la mia bellezza preferita dell’Italia artistica antica. Da non credere. Ritornare in Piazza dei Miracoli e vederla così “raddrizzata” di quaranta centimetri – e dunque tornata alle misure del 1700 – é stata una grande, grandissima emozione. Camminavamo piano, nel freddo pungente di dicembre, nella Piazza dei Miracoli io e Graziano. “Non ti sembra il simbolo dell’Italia? Pende, pende…oddio oddio cade, cade …e invece… niente”. Infatti. Non a caso é in Piazza dei Miracoli, che dev’essere l’indirizzo dell’Italia sulle Pagine Cosmiche.

Ma che ci facevo a Pisa? Il Milione, il festival del viaggio, diretto da Alessandro Agostinelli: organizzato come si deve, con passione, amore e precisione. E che emozione incontrare di nuovo il grande cantattore Bobo Rondelli (www.boborondelli.it). Insomma, una trasferta intensa e che é passata dall’Ognidove a Rivoluzione, dal mio romanzo a Jack London attraverso un viaggio di poche ore, dentro Il Milione Di Sogni e Di Ricordi che stanno preparando il domani. Venerdì é capodanno: inizia l’inverno. Non lo dimenticate. Ci si risente.

7 dicembre 2007 – giorno 19 – I duellanti

Vorrei raccontarvi come, negli ultimi giorni, si siano mosse energie molto positive per La valle di Ognidove. Sì, esatto, proprio il libro, La valle di Ognidove. Ma il Corriere da Ognidove mi impone anche di raccontare davvero le cose importanti e allora per le novità “professionali” vi rimando a CasaMadre e ricordo che l’appuntamento a Pisa del prossimo 14 dicembre sarà l’ultimo del 2007. Doppio appuntamento, prima con la presentazione del libro, poi con la cena dedicata al mio lavoro con e per Jack London, l’amico della California.

Ma oggi é per me una data più importante perché nelle radio italiane si é iniziato a sentire “I Duellanti”, la seconda canzone estratta da quel capolavoro che é La quinta stagione di Cristina Donà (di recente premiato come miglior album italiano dalla critica, dopo un referendum tra cento giornalisti e addetti del settore, indetto dal mensile Musica&Dischi). Una volta si diceva, é uscito il nuovo singolo: oggi invece, il singolo va principalmente in radio e questo é comunque un modo per far conoscere una splendida canzone, quella che nei due anni di lavorazione dedicati all’album, mi martellava di più in testa, tanto che alla fine, ho firmato anch’io il testo della canzone. Non sono “prolifico” in questo settore. I La Crus sul loro album d’esordio del 1994 usarono una mia poesia, “Tarab” che divenne una canzone molto particolare ed affascinante. Cristina aveva messo la mia firma su “Give it Back to Me”, pubblicata nel precedente album del 2003, Dove sei tu (e nella sua versione internazionale). Ma “I Duellanti” é una cosa speciale anche perché nata da uno scambio di e-mail continuo che a noi, qui a casa, diverte molto. E detto tutto questo, la canzone é stupenda ma il merito é di Cristina che è un formidabile talento.

 

Lo ha dimostrato per l’ennesima volta il 26 novembre, quando alla Feltrinelli di Milano, lo scrittore Leonardo Colombati ha presentato “Come un killer sotto il sole” (Sironi Editore) un ottimo libro su Bruce Springsteen e abbiamo assistito a un breve show di Cristina con Lorenzo Corti alla chitarra che ha snocciolato cinque classici springsteeniani da far accapponare la pelle. Così é.

Da Ognidove, per ora, over and out.

22 novembre 2007 – giorno 18 – Sergio sorride

Sergio Dalla Longa é stato un essere umano vivente in un corpo, fortissimo e potente, sino al 29 aprile 2007. Poi, a pochi metri dalla vetta del Daulaghiri, uno degli ottomila in Himalaya, é scivolato per diversi metri, avrebbe potuto tranquillamente cavarsela con paura e qualche ammaccatura, invece ha trovato due rocce che lo hanno ucciso. Sergio era uno degli alpinisti più belli e puliti che questa meravigliosa attività abbia conosciuto. Inutile elencarvi le imprese, perché tanto lui le faceva assieme alla sua Rosa e agli amici di cordata per il gusto di farlo. Perché gli piaceva. Per condividere.

Sergio Dalla Longa l’ho incontrato solo qualche anno fa di persona. Sergio sorrideva. Ma ne avevo sentito parlare, benissimo, da Renato Da Pozzo sin dal 1995 quando ci eravamo conosciuti. L’ho incontrato più volte alla Baitella di Songavazzo, il nostro “rifugio” preferito, che in montagna – poiché gli alpinisti, si sa, come mi diceva lui scherzando, sorridendo, non amano camminare. In una e-mail, lo invitavo a venire a una presentazione de “I Diari di Rubha Hunish”. Non so come, non so perché si era messo in testa che era un libro che parlava di camminare: “figuratis e vengo a sentir parlare di camminare, che già mi tocca farlo per avvicinarmi alla parete!” mi aveva scritto scherzando.

Eppure l’ultimo incontro “in ambiente” fu a novembre di un anno fa sotto una delle vette più selvagge delle Orobie, il pizzo dei tre Confini. Un vento freddo e gelido che ci aveva fatto sperare in un inverno vero. Poi, mentre si sgranocchiava qualcosa velocemente, ecco dalla vetta arrivare Sergio e Rosa. A 2800 metri, di cammino ne avevan fatto lui e la Rosa. Non so come, non so perché, ma uno dei Nunatak che trovate in questo sito, la fotografia che si chiama Rubha Hunish, é stata scattata pochi minuti prima di salutare Sergio e Rosa. Non so, é come se Sergio sia anche lui nell’Ognidove. Così mi piace pensare.

 

Lì nel grigio autunno in quota, che io adoro, ci siamo scambiati due battute, un pò di cazzeggio nel vento e il trasporto emotivo di due persone che si piacciono quando parlano. Così a me piace pensare. Poi la coppia, bellissima, riprende il cammino, loro salivano ancora al passo e poi giù, in Val Cerviera, noi si tornava a Lizzola. Sergio sorrideva, anche se in lui i segni della perdita del fratello Marco, anche lui alpinista extraordinaire e persona speciale, si vedevano nello sguardo, comunque dolce. Un mese dopo, in Baitella alla fine della serata di Fausto De Stefani, davanti a un calice di rosso e a un tagliere di Renzo, Sergio sorrideva. Scambiammo qualche battuta e quella fu l’ultima volta che lo vidi. Ero a Trento, la mattina del 30 aprile, quando Renzo mi svegliò alle 7.30: “é morto il Sergio Dalla Longa”.

Stasera torno da una serata organizzata dal GAN di Nembro (Bg), il suo paese, la sua storia, la sua gente. Almeno mille persone nella sala dell’oratorio. Immagini, filmati, ricordi, parole sentite. Queste serate possono diventare “troppo” invece Rosa é riuscita a fare qualcosa di straordinario. Lì in fondo nell’ultima fila, assieme al mio amico Gabriele, abbiamo visto e ascoltato in silenzio. Ci sono persone come Sergio che incontri poche volte e in qualche modo sai che avrai molto da condividere con loro. Anche quando saranno fisicamente assenti. Non sai come, non sai perché, riescono a darti serenità, ti chiedi da dove diavolo estraggono quell’equilibrio, pur sapendo che la vita, é dura davvero. Sergio sorride, e ci saluta, volevo solo ringraziarlo per le cose semplici, belle e importanti che ha detto alla montagna e che ci ha raccontato, dopo che la montagna, sorridendo, gliele ha svelate. Ti abbraccio Sergio.

18 novembre 2007 – giorno 17 – La Quinta Stagione di Ognidove

Adesso so che direte…ma come, ogni volta é tutto così splendido, così unico. Si, é tutto così splendido e così unico perché questa “idea”, questo” desiderio” di Ognidove si sparge lento e tranquillo e le persone che mi hanno dato l’opportunità – Ognidove dopo Ognidove – di poter condividere il “desiderio” in un territorio dell’anima, sono state sino ad oggi tutte speciali.

Verona, 17 novembre 2007

 

Questa volta devo dire un profondo grazie a Desirée Zucchi della FNAC e agli amici dell’Associazione Giochi Antichi che hanno messo a disposizione la casa dei giochi al PArco delle Colombare. La foto che vedete sopra (clicacte per credere) é stata scattata durante la camminata verso l’Ognidove. Desirée é riuscita a creare un percorso, con le tappe Ognidove, in una città splendida come Verona,evitando il “turismo” e facendoci vedere cose bellissime. Lo confesso, é un privilegio: queste camminate nell’Ognidove mi hanno arricchito moltissimo, la mia vorace fantasia, il mio inesauribile desiderio di immagazzinare Bellezza é stato soddisfatto da tutte le persone che si sono prese l’incombenza di preparare un Ognidove.Dalle mie parti si dice, “provare a lamentarsi”. Anche con questi amici dell’AGA di verona, questo é stato solo il Principio. E un saluto speciale alla piccola Margherita, che ha preso tanti appunti nel suo taccuino bellissimo. Abbiamo una giovane scrittrice in arrivo…

La giornata é stata però resa ancor più speciale da un evento “sulla strada del ritorno”. La data di debutto del tour La Quinta Stagione di Cristina Donà. Al teatro Comunale di Borgosatollo, piccolo centro a sud di Brescia, pieno come un uovo con tante persone rimaste fuori,ho visto il concerto più bello che Cristina può offrire: una band di altissimo livello, in sei sul palco a sciorinare musica con una tensione e un dinamismo che oscillano sempre tra la profondità e la superficie, senza mai soffocare quando si va in apnea di emozioni forti e dense e senza mai stravaccarsi quando si gioca in superficie.

Cristina in tanti tour non si é MAI ripetuta. Non ha mai giocato al gioco “dare al pubblico quel che vuole”, anche eprché il SUO pubblico é speciale: quel che vuole, é proprio “mai dare al pubblico quel che si aspetta”. Lorenzo, Piero, Emanuele, Stefano, Francesc, la Nonna alla consolle, Bobo alle luci, Sergio, Cecca, Andrea e Nicky dietro le quinte, hanno permesso l’esistere di una produzione che ha reso “La quinta stagione” (il capolavoro di Cristina, uscito a settembre e questa settimana vincitore di Album dell’Anno per MUSICA&DISCHI, referendum fatto con oltre 100 giornalisti italiani) non solo un album “come quelli di una volta”, altissimo e purissimo dalla prima all’ultima nota, ma anche una opportunità di esprimersi sul palco come mai era accaduto in passato alla Donà. Il tour estivo del 2005 in trio, con Cristian Calcagnile e Stefano Carrara, aveva lanciato chiari segnali. Ieri, ho visto che i segnali indicavano la direzione giusta.

Questi sono gli artisti e i concerti che ti danno la certezza di una cosa: nonostante tutto, il mondo della discografia con il suo impegno costante degli ultimi venti anni a distruggere l’arte, non ce l’ha fatta. Davide e Golia? Può essere.

12 novembre 2007 – giorno 16 – …l’Ognidove di Scalve

Guarda bene questa foto.

 

Respira. Questo é il gruppo del Cimon della Bagozza, la grande muraglia orientale che chiude la Valle di Scalve verso la confinante Valcamonica. Proprio lì dietro c’é il gruppo della Conca Arena. Luogo di magia degli antichi camuni. Lì sotto, dietro quegli alberi, i Campelli. Un luogo speciale, un luogo dove tanto Ognidove si é travasato nel mio scrivere. Un luogo che, per me, ha due custodi speciali, Silvio e Carla Visini, con il loro rifugio Bagozza a 1600 metri di quota, aperto dodici mesi l’anno, raggiungibile solo a piedi o con gli sci o con le ciaspole in inverno – cioé per circa cinque mesi. Dalla terrazza del rifugio Silvio mi fece “vedere” il gigante della Presolana, che poi divenne la leggenda ora nota in Valle di Scalve (scarica: zurio-il-gigante.pdf).

Ma la Valle di Scalve é da quando vivo nelle Orobie l’Ognidove per eccellenza, la Terra Lontana, il luogo della rigenerazione. Qui basta qualche ora e quando rientro “di qua”, nella Valle Borlezza, beh, mi pare di tornare da un lungo viaggio.

Ecco che sabato scorso abbiamo compiuto l’Ognidove completo e proprio in Valle di Scalve, con l’apoteosi serale grazie alla presenza di quel fenomeno che é Francesco Garolfi (www.francescogarolfi.it, comperatelo il suo cd). Una passeggiata nella vallata di Ronco di Schilparo con molti amici che si sono arrampicati sino a un luogo fuori sentiero che vedete qui (volete sapere dov’é? non si può, ho promesso…vi dico solo…prendete la mulattiera che sale da Ronco al rifugio Tagliaferri e… cercatelo…)

 

Non era la prima volta con i libri, Grazie a Giorgio, fotografo di Vilminore e mente dietro www.scalve.it, in agosto avevamo organizzato una bellissima serata dedicata a Jack London nello splendido Arboreto di Vilminore (visitatelo prima qui: www.gleno.it, e poi davvero). E ringrazio Giorgio delle fotografie che vedete qui sotto scattate durante la reading musicale con Francesco che rimarrà per ora l’ultima in duo.

Poiché l’8 marzo a Due Ville (Vicenza), saremo…io, Cristina Donà e Francesco Garolfi. Ma non ditelo troppo in giro per ora…

 

 

Dunque… la Valle di Scalve dicevamo. Fateci un giro. Fatevi un regalo. Anche perché… il prossimo Ognidove di Scalve sarà sicuramente sotto la Luna Piena, ai piedi del Bagozza con la neve. Volete vedere i Campelli con la neve? Eccoli quì sotto… poi non dite che non ve l’avevo detto…Quando arrivate a Schilpario, proseguite per il Vivione. Sarete fermati dalla “chiusura strada” a 1300 metri. Poi addentratevi nella meraviglia. Arriverete a questo Ognidove… e non so, se poi dopo, tornerete indietro…

 

4 novembre 2007 – giorno 15 – Il Forno della Grigna

La prima volta che misi piede ai Resinelli era l’inizio di ottobre di dieci anni fa. Renato Da Pozzo, alpinista e attraversatore di terre, figura chiave della svolta assunta dalla mia esistenza oltre dieci anni fa, mi portò in vetta alla Grignetta. Partimmo al buio, arrivammo nella luce autunnale caliginosa come un mare sospeso sopra il lago di Lecco. Ero molto emozionato. Ma non potevo immaginare che i Resinelli alcuni anni dopo sarebbero diventati uno snodo fondamentale della mia vita e della mia professione.

Fu al settimo tornante della salita che tre anni fa venni accolto nella casa di Luciano e Mirella Tenderini. Lei, figura di spicco dell’editoria italiana e bravissima scrittrice, aveva appena pubblicato La lunga notte di Shackleton per CDA&Vivalda e io I Diari di Rubha Hunish. Fu un primo incontro bellissimo, mi sentii come un vero scrittore che incontra qualcuno che ha tantissimo da insegnare: e lì erano in due a dovermi insegnare tanto, Luciano e Mirella. Una coppia leggendaria nell’ambiente alpinistico. per me, da lì in poi, “semplicemente” due guide, due persone da amare come un figlio.

 

Tre anni dopo Mirella e Luciano sono per me quella bellissima visione della prima stretta di mano in un pomeriggio accolti dal calore del fuoco e della legna nella casetta che scruta dall’alto la Val Grande. Mirella nel frattempo prese per mano il difficile lavoro che mi ha portato a revisionare tante volte La valle di Ognidove:un anno fa mi diede quei pochi e centrati consigli che solo una persona dotata di grande visione letteraria può darti senza farti sentire in fallo. E nella sua collana, “Le tracce”, ha accolto questo figlio errante e lo ha aiutato a essere un libro che ora gira le strade del mondo.

Un giorno di settembre, nello splendore della Grignetta, assieme a Mirella Claudio e Lorenza ci siamo seduti fuori dal Forno della Grigna. Un bicchiere di rosso, un trancio di pizza appena sfornato di sublime bontà e “il” Claudio interessato a capire che diavolo era questo vagare nell’Ognidove. Non ci volle molto per capire che “il” Claudio ci avrebbe accolto nella sua casa. Mirella é del resto garanzia di serietà e lo é anche sua figlia Silvia che é stata di fondamentale aiuto per la riuscita di questa giornata.

Ieri, sabato 3 novembre, ci siamo ritrovati proprio nel Forno a prepararci per un piccolo grande viaggio in un altro Ognidove. Claudio alle prese con il suo pane e la sua pizza, noi con le nostre parole e il nostro desiderio di bellezza. Abbiamo giocato, abbiamo condiviso, ho conosciuto tante persone che, come sempre, mi fanno sentire emozioni immense, e che mi danno la misura del privilegio che questo lavoro comporta nel corso di questa vita così spesso resa difficile e dura proprio da noi umani che ci ostiniamo a non amare l’armonia e la bellezza ma a strapparcela di mano come belve feroci.

 

Che dire? Grazie a tutti, come sempre. Sembra sempre la stessa conclusione ma é l’unica verità: mi pare sempre incredibile che ci siano così tante persone disposte a dedicare il proprio tempo alla condivisione di un orizzonte che, forse, così lontano non é.

29 ottobre 2007 – giorno 14 – Oltre il Po, sullo Sperone di Stradella

L’Ognidove di Broni, la camminata adiacente alla Valle Scuropasso sino alle vigne di Walter Calvi – che ci ha incantato raccontandoci storie che scorrono lontane nei tempi che furono e si distendono verso i tempi possibili del futuro – a Montarzolo, é stato uno splendido tramonto d’ottobre. Tramonto malinconico, dovuto alla mancanza per ragioni di salute dell’amico e collega Giuliano Paravella: vi avevo segnalato l’uscita del suo debutto letterario, Suitcase In My Head (Eumeswil Ed) e voglio solo chiedervi tuffarvi in un libro davvero folgorante.

Ecco eprché tutto pare strano, quando ti trovi in un Ognidove che appartiene al cuore di un nuovo amico e il nuovo amico non può mostrartene il cuore più denso perché un destino difficile si mette di mezzo. Ed ecco perché mi fermo qui, in attesa di Giuliano, ringraziando tutti i presenti di ieri, per un pomeriggio speciale davvero. Che ripeteremo con nel nuovo anno. Ne sono certo, Giuliano.

18 ottobre 2007 – giorno 13 – Revolution

E’ stato un lavoro esaltante e per queso 2007, l’ultimo libro sul quale metterò la mia piccola firma. Un libro che si é fortemente voluto con l’editore Mattioli1885: la traduzione integrale di “Revolution & Other Essays” che Jack London pubblicò nel 1909. Abbiamo aggiunto documenti dell’FBI su London, nell’appendice. Mattioli1885 stampa libri davvero unici e di rara bellezza estetica, per non dire dei contenuti. Visitate il loro sito perché ci sono molte cose interessanti e sono onorato di lavorare per un editore che sta apertamente sfidando regole non scritte di un’editoria spesso miope. Dopo “Preparare Un Fuoco”, a febbraio, e “Rivoluzione”, ora in libreria, arriverà “John Barleycorn” con la mia traduzione (primavera 2008) e altre cose londoniane.

 

La collana Experience prende il nome dal periodico omonimo diretto da Paolo Cioni, scrittore e direttore editoriale della casa editrice. RIVOLUZIONE sarà anche il tema del prossimo numero del trimestrale e soprattutto é il nome che stiamo dando a un gruppo di idee semplici e chiare per andare diritti addosso al “muro di carta” dietro il quale si difendono troppi (pseudo) intellettuali sparsi soprattutto nelle redazioni. Non possono farci molto: per questioni anagrafiche e per energia, i tempi stanno per cambiare. Troverete un lungo estratto anche su Satisfiction, nelle librerie e biblioteche come free press da (circa) il 22 ottobre, dove appare anche l’inedito “Intellighenzia Palace Hotel” , un racconto del custode di Ognidove su queste cosche culturali …

 

16 ottobre 2007 – giorno 12 – Oltre le vette

Oltre Le Vette é la manifestazione voluta fortemente da Flavio Faoro di Belluno, e giunta ormai alla undicesima edizione. Ricordo quando ne sentii parlare le prime volte e “I Diari di Rubha Hunsih” non era ancora uscito … poi ho incontrato Flavio, seguito il lavoro di questa rassegna che la “montagna” l’ha trasformata in un punto di partenza, nella cittadina che forma la provincia dolomitica più estesa riuscendo appunto a superare le vette – e forse anche gli steccati culturali che separano due mondi, due idee, due percezioni del territorio. Domenica, due giorni fa, abbiamo fatto un Ognidove assieme e ho trovato molta attenzione, voglia di essere sintonizzati con l’idea di andare appunto “oltre”.

 

13 ottobre 2007 – giorno 11 – Polar Bear

E’ una bella coincidenza, o meglio, un sincronismo importante, che proprio oggi sia uscito su “D”, il settimanale allegato ogni sabato a La Repubblica, un editoriale che mi é stato chiesto tempo fa relativo al ruolo dell’uomo e dei suoi limiti nell’affrontare i problemi legati al clima e ai cambiamenti. Eccolo qui …

 

Letto? bene. Andate avanti …

Il sincronismo, dicevo. Già, perché Al Gore ha appena preso il Nobel per la pace – riconoscimento sicuramente di “auspicio” che l’altra America possa trovare lo slancio per superare l’oscurantismo della Posse di Bush & Co. attraverso una riconsiderazione del ruolo del paese leader mondiale dei consumi: il 25% delle risorse, per il 6% degli abitanti totali. Gore ha avuto grande successo con “La scomoda verità” e amio avviso sta usando troppo la parola “catastrofe”. Non serve terrorizzare la gente: io credo che moltissime persone, chi può consciamente, chi meno, sappiano che ci sono cose che stanno cambiando, e velocemente. La scienza, e Gore, e gli ambientalisti più di retroguardia, si battono il petto parlando delle colpe dell’uomo. Che sono tantissime. Ma ora serve una nuova visione e un nuovo atteggiamento – consiglio a chi legge in inglese di andare su www.amazon.com e acquistare “The future of Nature”, una raccolta di articoli di ORION Magazine curata dall’amico e grande scrittore Barry Lopez. Perché in quegli scritti ci sono tanti spunti per la terza via, quella oltre lo scontro, quella oltre l’urlo della catastrofe.

Attendo vostre idee e opinioni: Le lettere da Ognidove sono qui per questo,

Dav

10 ottobre 2007 – giorno 10 – Amore

It’s the word..love/ say the word, love.

Quante volte, nel viaggio californiano, mi é venuta in mente questa canzone dei Beatles. Ne parlavamo con l’amico e giornalista Luca Bernini poche settimane fa. Nei Beatles c’era, come dire, tutto. Amore, Love. Suona sentimentale? Allora non state ascoltando(vi) bene. In Ogni Ognidove di ognuno di noi abitano sogni e aspirazioni di riconciliazione. Poi, capita invece di dirigerci dalla parte opposta, verso lo scontro frontale. Come se dovessimo prendere quel 3 e 10 per Yuma e cacciarci ancora una volta nella folta boscaglia di buio e disperazione.

Poi, si viaggia. Ognuno al suo Ognidove, sempre cangiante, sempre attraente, sempre inafferrabile: eppure, quando ci si avvicina, a volte l’Ognidove sorride e ci accoglie. Così é capitato in questo viaggio, che si è presto trasformato in un luogo mentale di ripensamento che qui condivido con chi ha voglia di riconciliazione, condivisione e quant’altro. Dovrei raccontare quanto é andato bene il viaggio, invece la mano si é come paralizzata e ho scritto una sola volta dal West. L’ho fatto perché, vorrei confessarvi, nonostante tutto mi imbarazza l’idea di dover dare importanza a cose che riguardano la mia vita, come se fossero più importanti di altre. Eppure, siete voi che leggete i miei libri, i miei articoli, che venite alle mie conferenze, che mi scrivete cose interessanti e spesso toccanti, profonde, acute, a farmi credere che ne valga la pena.

In California, visitando il Beauty Ranch di Jack London, osservando le rovine della casa del Lupo bruciata per autocombustione nell’agosto 1913 (distruggendo un grande sogno di Jack), improvvisamente non ho più visto il meraviglioso scrittore capace di andare sempre un passo oltre. Perché davanti a me e Cristina, Jack London é apparso come un grande universo: coi suoi pianeti, le sue galassie, il suo sole – non l’uomo nato nel 1876 e morto nel 1916. Quel sole é un sogno di Amore e Condivisione attraverso l’uso intelligente del talento, della forza di volontà, della dura disciplina che lo scrittore deve imporsi per estrarre un senso e una storia dal silenzio e far parlare per sempre ciò che racconta. Che l’uomo capace di vivere a tutto tondo lascia alto nel cielo dell’Esperienza, dalla quale soltanto può nascere l’Idea: ed é questo che rende così vivo e fremente il suo pensiero oggi, in un tempo di troppe Idee – recise però dalla vera Esperienza.

 

“Jack London had a Dream”, dice il pannello d’entrata al Beauty Ranch. Era il sogno di poter vivere di ciò che la terra può dare – restituendo alla terra, tutto il possibile, per gratitudine e per sopravvivere. Amore e Vita, erano le parole chiave, anche quando la Bianca Logica lo assaliva, come assale tutti noi davanti agli ordini superiori delle verità che man mano il vento della notte ci scaglia sul cammino.

Ha pagato caro, quest’uomo così famoso e in realtà così poco conosciuto: un autore del quale si legge in genere il 10% di una produzione sterminata nei numeri e nella vastità dei temi trattati. Così doveva essere la sua casa dove avrebbe potuto condividere ancora di più il riflesso della Bellezza. Perché la Bellezza era il suo grande sogno, oltre ogni dire.

Basta vedere le rovine della Wolf House, per capirlo: il loro splendore le rende, come scrisse un poeta americano, le più straordinare rovine del west. In questi giorni ho l’onore di vedere in libreria RIVOLUZIONE (Mattioli1885), che esce, dopo un secolo, per la prima volta nel nostro paese: un lavoro al quale ho dedicato lunghi mesi e ore di sublime meraviglia, per aver penetrato così a fondo nella poetica e nella forza di un pensiero ancora vivo, sempre più vivo, sempre più rivolto in avanti, “verso l’ulteriore passo che l’umanità deve fare”.

 

Voglio però qui ringraziare assolutamente Susan Nuernberg, che mi ha invitato al Simpoio sul naturalismo: l’intervento di settimana scorsa é andato molto bene ( “Who Killed The Italian Wilderness?”), ho avuto l’onore di avere in platea Earle G. Labor, il massimo esperto mondiale su Jack London che ha appena terminato la biogrfia vera e “definitiva” che il mondo attende da 90 anni. C’era James Nagel, tra le altre cose autore di libri su Hemingway e presidente della Hemingway Society. C’é stato insomma un confronto su temi che spesso é difficile proporre a questi livelli, in Italia.

Voglio anche ringraziare, oltre a Susan Nuernberg, Jeanne Campbell Reesman, per aver accettato il mio intervento e avermi invitato a nome dell’A.L.A.; Lou Leal, a Sonoma, per averci dedicato così tanto tempo e attenzione e averci introdotto al grande mondo di London nella Valley of the Moon; Milo Shepard, al quale Nonno Jack ha certamente trasmesso una forza interiore molto evidente anche nella sua vecchiaia fisica, ma non mentale; Sue Hodson alla Huntington Library; Earle G: Labor, per il tempo dedicatomi dopo l’intervento e James Nagel e Nicole Josephine Camastra per l’incoraggiamento.

Ma ringrazio soprattutto Cristina, per esserci sempre, nei momenti in cui il grande fiume della vita svolta deciso verso terre da solcare. Con fiducia negli Ognidove che ci aspettano sempre.

E infine…

 

C’é stato un giorno speciale, dopo un lungo viaggio nella splendida California del Nord e nell’Oregon del Sud, in cui sotto una pioggia fine di inizio autunno abbiamo infilato la MacKenzie Valley e ho potuto finalmente stringere la mano a Barry Lopez, l’autore al quale devo la possibilità di aver focalizzato i temi che ho cominciato a sviscerare da “I Diari di Rubha Hunish” e sui quali lavoro, ogni giorno, da oltre dieci anni. Abbiamo passato ore intense, nella sua splendida casa in un bosco fatato dell’Oregon. Non ho scattato nepure una foto, non volevo violare un momento così sacro. Abbiamo, sì, parlato del Futuro della Natura, perché esso é in realtà il Futuro, e basta. E in questo futuro, ora ci vogliamo immergere.

Dav

 

2 ottobre 2007 – giorno 9 – If you’re Going to San Francisco

Se vieni a San Francisco, assicurati un giro nella Valle della Luna, supera il Golden Gate, segui la freeway, entra nella Sonoma Valley, meravigliati dei vigneti e dei colli punteggiati di colori paglierini, di grandi pietre vulcaniche. Segui Glen Ellen e arriverai a casa di Jack London. La strada, qui ci ha portato e poi oltre, sino all’Oregon, il “west” prima della “frontiera” California. Sweet summer sweat.

A tutti gli Ognidove, questo e’ un breve messaggio per dire che il viaggio continua, che Jack London ha seminato bene e sui colli di Sonoma, dalle rovine di Wolf House e dalla finestra del cottage di Beauty Ranch si vedono solo orizzonti. Quelli che Barry Lopez mi ha insegnato a seguire come Sogni Artici, come Uomo e Lupo, come Attraversatore di Terra Aperta.

Ci risentiamo presto, qui radio Terra a voi Ognidove.

Dav

22 settembre 2007 – giorno 8 – Fly Like An Eagle

Si chiude il primo periodo di Ognidove, “la quinta stagione”…A Castel Firmiano, sopra Bolzano, sotto un cielo blu e la forza della storia incapsulata nella meravigliosa costruzione, abbiamo passeggiato, un pugno di amici, coccolati dalla sensazione forte che avere lo Sciliar a vista e un Inukshuk in “giardino” può regalare. Ci siamo salutati come vedete nella foto, con i Nunatak “portati” da Cristina, Paola, Simone, Daniele e il sottoscritto verso il prossimo Giorno, con Augusto che ci ha “immortalato” nel tramonto.

Da lunedì, la California del Nord in festa per la vendemmia, sarà il nuovo terreno di scoperta. Le terre alte di Jack London e del suo sogno di agricoltura sostenibile sui monti della Sonoma VAlley – immortalti in “Burning Daylight” e “The Valley of the Moon”. Mentre saremo là, in Italia esce finalmente RIVOLUZIONE per Mattioli1885 (www.mattioli1885.com): é un Jack London che si conosce poco o per niente – non solo tra il pubblico, ma cosa più grave, anche tra gli accademici e gli “intellettuali” che scrivono corbellerie su London. A parte alcuni racconti apparsi anche in recenti raccolte, solo capolavori come “Il tallone di ferro” e “Il popolo degli abissi” ci danno un’idea del London sociale, antropologico, politico.

RIVOLUZIONE é un altro tassello importante in un puzzle gigantesco che é l’opera di questo straordinario autore: e per la cronaca, quest’anno é il centenario di “La strada” (titolo anche del nuovo romanzo di Cormack McCarthy), “The Road” (si trova di Einaudi)- 50 anni prima di “On the Road” di Jack Kerouac.

Da Glen Ellen a nord, verso le terre di Oregon dove incontreremo Barry Lopez: la sua “tana” dalla quale ha scritto capolavori come “Lupi” e “Sogni Artici” e che sarà, per me, come poter finalmente abbracciare di persona un “padre” letterario e di Esperienza.

Le terre del ritorno ci condurranno in Southern California a Newport Beach, per l’importante “debutto” americano dopo l’invito dell’ American Literature Association. Il Simposio dedicato al “Naturalismo”, un tema attualissimo che si colloca nell’accanita discussione sul futuro della Terra e il ruolo del clima nella vita del Pianeta.

“Who killed the Italian wilderness?” sarà l’intervento “italiano”: cosa dice? Al ritorno, ve lo svelo …

Martedì esce Shine, nuovo album di Joni Mitchell…pochi giorni dopo tornano gli Eagles con un album di studio dopo 28 anni e a metà ottobre arriva Neil Young. La “west coast” ci accoglie sempre con grandi paesaggi sonici. Sarà bello, in California, cullati dai suoni di un Ognidove sonoro che viene da lontano e che resta sempre selvaggio e imprendibile, per avvolgerci e darci emozioni limpide.

 

 

16 settembre 2007 – giorno 7 – Ogni Ibex

La chiamerò Villa Krill. E’ il nutrimento di colore, silenzio, rosso autunno, verde sempre, pendii ora verdi, presto bianchi. Lassù oltre la finestra scorrono parole e suggerimenti morbidi, verità forti e struggenti, la Bianca Logica e le spiegazioni semplici. E’ uscito “The future of Nature”, antologia di articoli di Orion magazine: la prefazione di Barry Lopez dice di una mattina in cui fuori dalla sua casa nella wilderness dell’Oregon sente un nuovo cinguettio, un nuovo vicino.

Questo suono é un tassello della nostra non-conoscenza, Barry – che finalmente presto incontrerò di persona durante il viaggio americano che inizia tra una settimana – mi ha insegnato che é vera una cosa, rispetto alla Natura e alla Vita: “cosa sappiamo davvero?”. Poco. Pochissimo. Mi ha insegnato che l’Ignoranza é una forza se diventa Desiderio e ricerca di contatto e creazione di una Rete.

La sua splendida prefazione si conclude, dopo aver fatto il giro del mondo in tre pagine, così: “Con uno sguardo fuori dalla finestra vedo gli uccelli che si muovono rapidi sul cedro; sono una società civile”.

Venerdì, assieme a Bruno, ho salito dopo alcuni anni il Pizzo Coca. Rientrando, ci siamo incamminati verso valle dai 2750 metri della Bocchetta dei Camosci dove il percorso torna a essere un sentiero. Improvvisamente davanti a noi una piccola famiglia di stambecchi non si é allarmata e ci ha lasciato osservare curiosi uno spettacolo visto altre mille volte che però é ogni volta una nuova nascita, l’attimo stesso della vita che non muore mai. Lo stambecco mi ha guardato e io ho scattato la fotografia. Lo stambecco non ha scattato nessuna fotografia, ma la prossima volta mi riconoscerà comunque. Forse sarà lo stesso esemplare, forse no. Questo conta poco, perché sarà comunque e sempre l’Ogni Stambecco che ha in qualche modo riconosciuto la nostra presenza.

Il mistero si é infittito. Davvero, ma noi cosa sappiamo?

 

10 settembre 2007 – Expedition II

La seconda tappa di Ognidove ha raggiunto il Colle dellaVaccera in Val Pellice e ci siamo permessi, l’8 settembre, il lusso di dirigerci versa la Casa della Pace, dove i partigiani della seconda guerra mondiale stampavano il giornale clandestino Il Pioniere. Molto potente, essere lì l’8 settembre, anniversario che in queste valli viene ricordato volutamente il 9, visto ciò che rappresentò per l’Italia di un Mussolini allo sbando.

Il nostro é stato un piccolo e discreto Ognidove Day, abbiamo disteso le nostre visioni sulla valle di Angrogna dai 1420 metri del rifugio La Jumarre, ci siamo ritrovati a leggere e a stare in compagnia mentre qualche capra brucava davanti alle foto dei Nunatak. Non fatevi scappare una gita da queste parti: sarete davvero in un Altrove perenne…

Ma il 7 settembre per me é stata una data speciale, sono entrato in negozio durante il viaggio per il Piemonte e ho goduto nell’acquistare uno dei dischi più belli di questo decennio, LA QUINTA STAGIONE di Cristina Donà (www.cristinadona.it). Rientrato a casa le ho chiesto una dedica, perché un conto é la compagna della mia vita, la mia vagabonda delle stelle preferita, un altro conto é questa artista straordinaria capace di toccare corde universali e magnificamente vive. Non fatevi scappare questa infinita galassia di Universo.

 

 

02 settembre 2007 – Ognidove Expedition I …

La Baitella. Sono tante le persone raccolte davanti al “sito”, dove nulla é virtuale e tutto fortemente reale, anche le idee più pazze del Lorenzo da Fino (forse che il Magnifico era lui in un’altra incarnazione?) … il sito dove si frullano risate, pensieri, calici, piatti genuini e amicizie, latte caldo di capra e grappa la notte fonda alla fine di discussioni e progetti giganteschi che il giorno dopo sembrano proprio fattibili.

Siamo tutti lì e stiamo per partire. Bello, ci sono anche una decina di bambini, dalla piccolissima Sara al piccolo Samuele, a Leonardo, Filippo, Ambrita, Simone, Irene, William – e mi scuso per i nomi dimenticati degli altri… un mondo di “portatori sani di meraviglia”. I veri custodi dell’Ognidove: con loro non sgarri perché le verità dell’Immaginario son custodite nel loro cosmo che ci nutre come una sorgente.

Così é iniziato la prima spedizione per l’Ognidove. Mentre Renzo e Pietro portavano Francesco e la sua Martin nel rudere muschiato di Pandulì, noi ci siamo incamminati. No, non farò una cronaca. Si, dirò alcune cose. Non sapevo cosa aspettarmi e quello che non sapevo di aspettarmi c’é stato: meraviglia, gioia e uno scambio di emozioni e probabilmente di suggestioni che faranno il loro lavoro carsico per ritornare in superficie.

E’ possibile spiegare cosa significa camminare in una valle nascosta e trovare, ogni tanto, una grande immagine, una sosta, dove vedi qualcosa che hai già mille voste visto quando eri proprio lì a scattare la fotografia eppure oggi ti appare come qualcosa di “altro”? No. Quindi non ci proverò neppure.

E’ stato Andrea Sciffo, consanguineo e fratello di carta, per citare un amico, a spiegarci la poesia della foresta. Francesco Garolfi ci aspettava sulla panchina di tronco con la sua chitarra e ci ha dato il senso di ciò che é acustico nell’acustico bosco. Abbiamo parlato, abbiamo letto, abbiamo ascoltato, abbiamo camminato.

Siamo rientrati e atteso la serata coronata da una performance del teatro dell’Ognidove: la musica, la voce, le parole di un libro che sono il frutto di antenne mantenute in funzione. E poi festa e altra musica e Cristina con la sua prima performance pubblica interplanetaria di “Universo” e poi anche di una sghemba “Non sempre rispondo”, versione Stanlio & Ollio …

Noi c’eravamo e noi ci saremo. Grazie a tutti per aver reso tutto questo possibile.

Noi passeremo, Ognidove no.

Dav

 

 

30 agosto 2007 – giorno 4

Cos’é dopo tre anni il ritorno in libreria? Un momento importante. Così l’1 settembre ci vedremo qui a “casa”, nell’Altopiano sotto la Presolana, alto sul Lago d’Iseo, slanciato dai prati di Falecchio… La Valle di Ognidove. Un libro é solo un libro, forse. Eppure é anche un lavoro lungo e laborioso, come lungo e laborioso é il lavoro quotidiano di tante persone.

Compiuto il nostro lungo e laborioso lavoro tra due giorni ci vediamo alla Baitella. Che é “casa” anche quella. Non vi paia troppo sentimentale leggere che dal mio cuore voglio ringraziare Lella, Renzo, Alfonsa, Ernesto, Ines, Pietro…The Baitella Family. E anche la Biblioteca di Rovetta, Omar Epis in particolare, complice di ormai tante avventure tra Shackleton, Rubha hunish, Yukon, amici scrittori, esploratori, e adesso Ognidove. Ma grazie anche a Mirella Tenderini e le ragazze di CDA&Vivalda, e grazie ad Andrea Aschedamini per aver dato vita ai Sette Nunatak che vedrete nella reading camminanti sbucare da Nonsodove e quando Menoteloaspetti.

Inizia un nuovo viaggio affidato a parole scolpite con pazienza in questi tre anni. Il 7 settembre 2004 usciva “I Diari di Rubha Hunish”, il 7 settembre 2007 esce “La quinta stagione”, il nuovo album, il capolavoro di Cristina Donà. E nella stessa settimana, “La Valle di Ognidove”. Davanti a noi vedo un cammino tranquillo in quote alte, il paesaggio disteso, la bellezza drammatica e tagliente, la navigazione precisa.

Ci si vede lì.

Dav

18 agosto 2007 – giorno 3

“Vorresti venire a parlare come scrittore italiano di naturalismo, in particolare riferimento a Jack London e alla wilderness nella letteratura? A inizio ottobre l’A.L.A., la American Literature Association, organizza il suo simposio annuale al quale partecipano studiosi e letterati tra i più importanti e “aguzzi” degli Stati Uniti. Questa e-mail mi é arrivata qualche settimana fa. “Ma tu, a che tradizione letteraria appartieni?” mi ha scritto alla fine Susan. Accidenti. Ho iniziato a telefonare in giro, perché non ci avevo mai pensato. Eppure sapevo bene dove ho sempre orientato le antenne. American Naturalism. La mattina dopo ho riacceso il pc, scaricato le e-mail e quel messaggio era ancora lì. Allora era vero: beh, a questo punto bisogna dire di si.

Who killed the italian wilderness?

Susan Nuernberg, la docente di letteratura all’università del Wisconsin che mi aveva scritto é la persona con la quale intrattengo una bella e istruttiva corrispondenza telematica (sue le “dritte” che hanno permesso di lavorare meglio su Preparare un fuoco di Jack London, editod a Mattioli1885 per il quale a ottobre esce pure Rivoluzione dove c’é un saggio, Gli altri animali, che più chiaro di così, in materia di naturalismo…). Certo aveva letto diverse cose del sottoscritto e avevamo avuto modo di dissertare sul perché e il percome in Italia e in Europa una vera wilderness non esista, soprattutto non se ne avverte la presenza nella nostra letteratura. Se persino i grandi autori russi, circondati da cotanta landa, son riusciti principalmente a occuparsi dei deserti dell’anima, del cuore e della mente, forse la vecchia Europa quando c’é la natura, tende a trasfigurare e a mettere sempre l’uomo al centro. In breve: in Europa, la cultura della frontiera non é mai esistita perché l’America moderna é nata da uno scisma nel seno dell’Europa. Con tutto quello che ne consegue.

London, tra le mille cose che ha esplorato nella sua scrittura, la wilderness ce l’ha sbattuta in faccia come una folata di vento in pieno inverno. Intendeva farci capire che nella wilderness ci possiamo specchiare e capire nei dettagli l’ineluttabile svolgersi biologico di noi stessi. Dove l’uomo é costretto a essere uomo egli mostra la sua faccia più vera, che spesso é pure la più cruda, la più scorretta politicamente. In John Barleycorn scrive: “la vita mente, per poter sopravvivere.” Cosa é la Vita? Si legga Il vagabondo delle stelle. Più chiaro di così…

“Who killed the italian wilderness?” é stata la mia risposta a Susan Nuernberg e a Jeanne Reesman. Insomma il 5-6 ottobre a Newport Beach in California, tra questi pesi massimi che studiano da decenni una tradizione letteraria che ha influenzato tutta la mia esistenza sin da ragazzino, al punto da farmi sentire discendente (e orfano, essendo in Italia) di quell’eredità, ci sarà anche questa mia “tesi” e ci sarò io a esporla davanti a personaggi che hanno segnato la storiografia migliore (quella ignorata dagli editori italiani) sul tema, e anche su Jack London, la sorgente di tanti scrittori di cui sentite parlare così tanto, e che valgono tanto… meno. Il primo scrittore italiano invitato a un simposio del genere dall’A.L.A. Ho i brividi sinceri.

Per la cronaca. Naturalismo non significa parlare di natura. Significa incorporarla nel proprio lavoro utilizzando sempre basi “scientifiche”: citavo Preparare un fuoco, ma sarebbe più facile dire Il richiamo della foresta, oppure qualsiasi libro di Barry Lopez (Resistance, in uscita a novembre per BaldiniCastoldiDalai, contiene diversi racconti di compenetrazione natura-società-pensiero) e in genere, una forma mentale tipica della scrittura americana, per capirci.

Poi su CasaMadre pubblicherò la relazione – mi toccherà pure tradurla, visto che é nata in inglese. Alla prossima. Magari dalla Valle della Luna, nella Sonoma Valley.

Over and out.

09 agosto 2007 – giorno 2

Ora che si avvicina la sua uscita, posso dire due parole su quello che per me sarà l’album rivelazione di settembre e probabilmente di questo 2007. Si intitola “La Quinta Stagione”, esce il 7 settembre 2007 per la Capitol-EMI: l’autrice é Cristina Donà. Può suonare di parte detto da me, ma davvero questo album rappresenta l’Ognimusica, se devo stare intonato ai registri di questo sito dell’Ognidove. Sono felice di aver percorso accanto a mia moglie questi mesi, anche difficili a tratti, che l’hanno vista affrontare un cammino impervio e poi trovare un’oasi di pace in studio anche grazie a un uomo fuori dal comune, il grande produttore Peter Walsh. Lei scriveva e registrava e qui a casa io finivo “La valle di ognidove” e gli altri lavori da scrittore. Adesso che finalmente tutti possono sentire qualcosa (www.myspace.com/cristinadona) oggi con queste due righe voglio solo ricordare a tutti che Esiste. La Bellezza esiste eccome. E che opere come “La quinta stagione” arrivano per ricordarcelo ogni giorno: non é bello dedicare le energie raccolte a fatica nei tempi bui per portare un pò di luce che, anche da lontano, nella tempesta, può darci un segno, il tocco del calore che la vita – la VITA, quella che non può mai morire – va oltre le brutture quotidiane? Io penso di si. E voi? Abbandoniamo la cultura del brutto, della protesta, del tutto contro tutti. Abbracciamo quella della consapevolezza. L’arte ci aiuta in questo: sempre lo ha fatto e sempre lo farà.

29 luglio 2007 – giorno 1

E’ un mese che questo sito esiste e oggi, pubblicando la straordinaria lettera della regista Anne Troake (Lettere da Ognidove) ho ripercorso le altre “lettere”. Questi scritti sono preziosi, un piccolo sogno che ho sognato quando, alla fine di aprile, dopo tre anni spesso tormentati e quattro stesure ho consegnato alla casa editrice LA VALLE DI OGNIDOVE. Il libro sta assumendo forme proprie, come il legno di un tronco sano e antico la sua vita non cessa solo perché egli viene reciso dalle radici. Sento questo libro come una porta di comunicazione tra me, che ho avuto il compito di andare a stanare queste storie che mi hanno chiamato – e che come un regista ho affidato a Ishmael per condividerle – e chi sto incontrando.

Ho la netta sensazione che stia già vivendo, questo libro, perché ha una propria autonomia e libertà indipendenti da qualsiasi volontà, fortuna o sfortuna, promozione o non promozione, recensione o non recensione. Sento l’odore dell’avventura, della vita che non può essere “meno” ma che deve essere “più” – che non è un rapido conto, costi e benefici, ma qualcosa che sta oltre lo schermo quotidiano. L’Ognidove, in un certo senso. Dove spero di poter contribuire a generare un discorso che ho sentito molto forte nelle viscere profonde delle bellissime persone incontrate in questi ultimi anni sulla strada da Rubha Hunish a Ognidove.

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